Il sogno matematico di Ashurbanipal

A me sembra che l’alterità radicale sia
quella di sapere che, a un dato
momento, non si potrà capire l’altro.
Jean Baudrillard

Il negozio di Zhang è sempre aperto. E’ già aperto quando esco di casa
alle sette del mattino; è ancora aperto quando mi capita di rincasare dopo le nove di sera; ed è aperto la domenica; e il giorno di Natale; e quello di Pasqua. Ho provato, in passato, a discutere con Zhang il concetto di Tempo Libero, aiutandomi con grafici pieni di curve e di colori, ricavandone nulla
più che un pugno di mosche; una volta, addirittura, sono entrato come una
furia nel negozio e, con i clienti increduli a fissarmi, mi sono installato
dietro il bancone da dove, per la bellezza di tre ore e mezza comprensive di
un piccolo break per il caffè, ho proiettato una presentazione da me
realizzata avente per titolo: Il Tempo Libero come modalità privilegiata per
recuperare l’Umano. Tutto inutile, il negozio di Zhang è sempre aperto e ad
essere sincero non è che mi dispiaccia troppo, anzi: è in pomeriggi come
questo, tiepidi pomeriggi di fine aprile, incerti ed esitanti come questo, che
mi scopro quasi felice di possedere una coordinata incrollabile, alla quale
aggrapparmi.
«Sai, Zhang…»

Sai, Zhang, è più di mezz’ora che sono entrato e che giaccio inerme su
questa sediaccia di finto legno, con le gambe stese e le mani incrociate a
sorreggermi la nuca, mentre tu sei intento a ricamare fitti intrecci di cifre
sopra un sudicio blocco contabile. E’ arrivato il momento di raccontarti una
storia.
«Sai, quando venni ad abitare in questo quartiere, così a ridosso
dell’Aniene, bè, temevo che all’arrivo dell’estate mi sarei ritrovato la casa
infestata di zanzare.».
Zhang solleva la testa dall’intarsio dei suoi numeri e fissa il mio dito,
che vortica a mezz’aria nella penombra ristagnante del locale.
«E invece niente, mai vista una zanzara. Cinque anni che abito qui e non
ne ho mai vista una.».
Hai presente Zhang, quegli insetti ematofagi muniti di apparato boccale
pungente e succhiante? Negli anni si è fatto strada dentro di me il sospetto
che Zhang non capisca una parola d’italiano. Se per un verso spiegherebbe il
fallimento della mia conferenza sul Tempo Libero, dall’altro sarebbe in
contraddizione con l’efficacia che sempre esibisce nel soddisfare la sua
clientela. (Però quella che Zhang non capisca un cazzo è un’ipotesi che non
mi sento ancora di scartare, visto e considerato che non l’ho mai sentito
biascicare altro che pochi e incomprensibili grovigli di suoni all’indirizzo
del figlio Chen).

«Piccioni sì, quelli non mancano mai, ma di zanzare neanche l’ombra ti
dico. Cinque anni, cinque estati, ad aspettarle invano. E senti questa. Tre
anni fa, era una notte di luglio, un’umidissima notte di luglio: spalanco tutte
le finestre e accendo tutte le luci di casa, tutte, pure quelle del forno e del
frigorifero, e poi esco. Quando torno, alle due, trovo un piccione,
freddissimo, nello scomparto dei surgelati e un altro in bagno che si guarda
di sguincio allo specchio, e indovina un po’? Manco una zanzara. Oh, dico,
ma ti sembra normale?».
Ti sembra normale? Una sospensione del giudizio: potrebbe essere
questo, in fin dei conti, che vengo a cercare nel negozio di Zhang. Non me
lo spiego diversamente tutto il mio spreco d’energie a spingere informazioni
su un binario che, almeno all’apparenza, è più che morto.
«Naturalmente il frigo mi s’era scongelato, l’avevo lasciato aperto tutto
quel tempo, e aveva allagato il balcone. Lo tengo in balcone, il frigorifero,
sta lì da quando lo acquistai, non passava attraverso la porta della cucina e
così lo piazzai in balcone e…non s’è più spostato».
Il fatto è che sono incapace di prendere decisioni rispetto alla
disposizione degli oggetti in casa. E così lascio decidere a loro. Per come
Zhang ammassa la mercanzia nel negozio direi che soffre di una qualche
sindrome analoga.
«Insomma, il balcone allagato e tutta l’acqua che sgocciolava sui tavoli
del ristorante di sotto, semibuio e deserto».
Zhang mi osserva senza batter ciglio; non lascia trasparire nulla che
assomigli a un’elaborazione delle mie parole. Niente di paragonabile a un
giudizio. Sì, quello che cerco in questo buco è una parentesi amniotica,
conficcata sul dorso scivoloso delle spiegazioni, delle ragioni, delle scelte.
«Allora mi affaccio e…così per sdrammatizzare…strillo ai camerieri se
per caso si sono bagnati, e uno di loro, bassetto…non lo vedevo bene con
quel buio…avrà avuto più o meno la tua corporatura…mi strilla: “Nun te
preoccupà…il sogno matematico di Ashurbanipàl!”».
Certo, potrei chiederglielo, a Zhang, anche ora, a bruciapelo, se mi
capisce, se capisce le mie parole, o se invece gli faccio lo stesso effetto che
fa lui a me, quando lo sento parlare con il figlio. Ma non lo farò. Sono
venuto qui per parlare di zanzare.
«“Nun te preoccupà…il sogno matematico di Ashurbanipàl!”. Queste
cazzo di parole assurde mi ronzavano in continuazione nelle orecchie,
mentre cercavo d’estrarre quello stronzo d’un piccione dal frigorifero. Tiro
fuori l’uccellaccio, asciugo il balcone e poi me ne vado su Google. Scrivo:
“il sogno matematico di ashurbanipal” e m’escono una decina di risultati (nota 1).  Ero tesissimo, non so perché ma st’Ashurbanipàl m’aveva messo in uno stato d’agitazione pazzesco, te lo giuro Zhang…».

Ma Zhang, a occhio e croce, non pare intenzionato a chiedermi di
giurare alcunchè. Non pare intenzionato a nulla, fuorchè ad essere
precisamente Zhang, in questo preciso istante e in questo preciso luogo.
«Non c’era niente d’interessante tra i risultati, il primo sito segnalato era
una specie di blog di vampiri (nota 2), ho lasciato stare, figurati, i vampiri…a casa mia non riuscivo a far entrare manco una zanzara…».
Capisci Zhang? Capisci quello che dico? Oh?
«Poi mi viene in mente di tradurlo in inglese. Una bella fatica, l’inglese
non lo mastico proprio. Scrivo: “mathematical dream ashurbanipal” ed escono fuori un casino di risultati (nota 3).  Il secondo puntava al sito d’un certo Vincent Katz (nota 4), forse un critico d’arte, non so, ma su quel sito c’era scritto qualcosa d’interessante (nota 5), parlava d’un artista americano, Cy Twombly o qualcosa del genere, e insomma ‘sto Mathematical Dream of Ashurbanipal è, pensa un po’, una scultura, una scultura de’ ‘sto Twombly, o come cazzo si chiama, Capisci Zhang? Capisci quello che dico? Oh?».
Non sto a raccontargli che, come quella sera ebbi modo di scoprire
grazie a Wikipedia, Cy Twombly nel 1953 servì l’esercito in qualità di crittografista. Decifrava codici segreti. Meglio non sprecare energie: Zhang
non può cogliere certe risonanze.
«A quel punto scendo giù…mi lancio forsennatamente per le scale…col
piccione congelato in mano…mezzo accecato dalle luci…tutta quella luce
che avevo assorbito in casa… per attirare le zanzare scomparse
dell’Aniene…imbocco l’ingresso del ristorante e…ecco…dovevo avere un
aspetto veramente orribile…col piccione e tutto quanto…e non vedevo
nulla…te lo giuro…».
Continuo a giurare senza che nessuno me lo chieda.
«Non vedevo nulla ma sentivo lo sguardo severo dei camerieri su di
me…e non riuscivo a dire una parola…muto…ero ammutolito!».
Dovevo giustificare la mia presenza lì. Fornire una spiegazione, una
ragione, qualunque cosa potesse sollevare i miei interlocutori-ombra
dall’inspiegabilità di quel momento, di quella presenza e di quel pennuto
irrigidito che ostentavo come un trofeo dai significati oscuri.
Zhang si accende una sigaretta. E’ la prima volta che lo vedo muovere
un muscolo da quando ho iniziato a parlare.
«Non sapevo da dove cominciare…mi portavo appresso tutta una storia
che loro ignoravano…da dove cominciare? Dalle zanzare scomparse o dal
frigorifero in balcone? Dal piccione che si rimirava nello specchio? O da
quello che stringevo in mano? O dall’incapacità di trovare i posti…i posti
agli oggetti?».

Il negozio di Zhang è stipato di ogni genere di oggetti, in prevalenza
cianfrusaglie. Colli di pelliccia. Manichini senza braccia. Scatole di minicalciatori,
imitazioni delle squadre di Subbuteo da schierare su imitazioni di
campi di Subbuteo, con il quale nessuno gioca ormai più, soppiantato dalle
playstation. Imitazioni di playstation. Ventagli con ideogrammi. Ventilatori
con presa USB. Magliette che ritraggono Diego Armando Maradona con
una corona di spine in testa. Poster di Cristo che sbattono le palpebre e
muovono le pupille. Un 33 giri con falce e martello in copertina. Fumetti
pornografici. Musicassette vergini. Un telefono a gettoni.
E anche…
«La cosa più logica però era cominciare dalla fine… il Sogno
Matematico di Ashurbanipàl …era quello il motivo per cui m’ero fiondato
lì…che cosa aveva voluto dirmi quel cameriere?…conosceva la scultura di
Twombly?…a un certo punto nomino quel tizio…il critico d’arte…ma forse
per colpa di quel cognome…Katz…boh…m’arriva un pugno colossale…
dritto al centro della fronte…».
…un piccione impagliato. Fa bella mostra di sé tra una mitraglia ad
acqua dei Gormiti e un microscopio binoculare da laboratorio.
Lo riconoscerei tra mille, il becco bruno, gli occhi arancioni, la testa
azzurra, e soprattutto quelle grandi ali grigie, solcate da due strisce
stranamente parallele, spalancate per sempre, dentro e oltre i confini del
negozio.
Zhang sbuffa una perfetta circonferenza di fumo da un angolo della
bocca. Sorride. Nun te preoccupà. Nicotina. Idrocarburi aromatici. Il Sogno
Matematico. Acido Cianidrico. Benzene. Butadiene. Toluene. Ashurbanipàl.
Mi prende sottobraccio e mi porta davanti al piccione. Quindi, con
smagliante accento romanesco:

(nota 6)

(Littlerunner)

Nota 1: Risultati 1 – 10 su 10 per il sogno matematico di ashurbanipal. (1,38 secondi).
Nota 2:vampiri.forumcommunity.net
Nota 3: Risultati 1 – 10 su circa 1.660 per mathematical dream ashurbanipal. (0,41
secondi)
Nota 4: www.vincentkatz.com
Nota 5: Another Twombly’s sculpture, “The Mathematical Dream of Ashurbanipal”, also
has a stark pattern of light and shadow draped over it.
Nota 6: «Nun te preoccupà…Lo Sai Che Poi Tu’ Madre Me Viene Ad Asciugà Le Palle. Hai
capito mò? »