“Un tempo ti avrebbero semplicemente buttato in una pignatta e bollito vivo…

…adesso ti mettono in un tegame di teflon antiaderente e ti soffriggono in olio di colza”
M. Leyner


Sono in due, un uomo e una donna. Gli occhi dell’uomo sono grigi ed enormi, sembrano due televisori Mivar spenti. La donna è programmata per sorridere, munita di denti bianchissimi ingabbiati in un apparecchio ortodontico fisso. L’e-mail che la direzione del personale mi ha trasmesso la scorsa settimana li annunciava nello stesso modo nel quale mi si presentano ora, qui, in una saletta riservata dell’azienda informatica per la quale lavoro: Esperti di Relazioni Umane. Sono agitato. Sto affrontando un colloquio individuale con due Esperti di Relazioni Umane. Fa parte del “Processo di Valutazione del Potenziale Aziendale”. Questi psicologi del lavoro ci studiano un po’ e poi partoriscono i nostri piani di carriera, cioè quello che saremo da grandi. M’ero del tutto scordato di questa storia del potenziale e io sono potenzialmente disordinato e stamattina non riuscivo a trovare camicia e pantaloni ma trovavo continuamente mutande, tastavo nel buio e incontravo milioni di mutande potenziali desiderose di essere valutate. Ne indosso due, una sopra l’altra, per avere qualcosa a cui aggrapparmi quando il mio potenziale precipiterà. Sulla camicia ho tracce di rigurgito di mio figlio, ma quando me ne sono accorto ero in fila sul raccordo anulare a mezzo chilometro da casa e i chilometri hanno un valore temporale altissimo sul grande raccordo anulare alle otto di mattina. Ecco, sto esibendo un sorriso di una fissità sconcertante, quello che potrebbe avere un’orata al cartoccio, per intenderci. Il mio potenziale è al minimo storico. Mi concentro sulle doppie mutande. Prendo posto al tavolino circolare disposto al centro della saletta. A destra, di fronte a me, il dottor Mivar ed i suoi tubi catodici, a sinistra denti, denti, denti agganciati a fili elastici, molle, trazioni extraorali. Davanti a questi due mi sento come se dovessi passare dentro un metal-detector. In aeroporto, quando arriva quel momento lì, vengo aggredito dalla sensazione di aver perso il controllo delle tasche, mi prende la paura che possa esserci dentro qualcosa di orribile ed inspiegabile, ci credo davvero, so che mi scopriranno qualcosa nelle tasche e che mi arresteranno. Puzzo un po’ di rigurgito. E se perdessi il controllo davanti a questa coppia di psicologi? Se al momento di rispondere all’inevitabile domanda su “come immagina il suo futuro in azienda tra due anni” mi scattasse la mia famosa imitazione di Amanda Lear? Mi concentro sull’apparecchio della psicologa. Selezionato per realizzare l’obiettivo terapeutico consistente nel portare i denti nel migliore allineamento reciproco. Chiedono se preferisco lavorare in team o da solo. Modificare le arcate al fine di spostarle nella posizione d’occlusione più funzionale. Dite un po’, com’è successo che siete diventati Esperti di Relazioni Umane? A volte sogno di essere un canguro. Sono seduto alla mia scrivania, davanti al monitor ed ho le gambe che formicolano. Per cercare di riattivare la circolazione sbatto i piedi per terra e succede che spicco un balzo altissimo che quasi mi schianto sul soffitto. Poi saltello qualche minuto sulle scrivanie dei colleghi ed infine sfascio le vetrate e mi scaravento in strada dove continuo a saltare seguendo solo il mio istinto canguresco, fregandomene di semafori, precedenze, percorsi e corsie, tangenziali e raccordi, disegnando traiettorie pazze attraverso lampioni, palazzi, giardini e negozi. Chiedono se ho attitudine al problem solving. Ma arriverà l’estate e le giornate non finiranno mai e le zanzare succhieranno il sangue, il mio, il vostro, del manager di prodotto e del manager di programma, del responsabile del marketing e del suo gatto, del direttore del controllo qualità e dei ragazzi con il contratto di collaborazione, del direttore del personale e del suo cane, del mio responsabile funzionale e della sua segretaria acida. Ettolitri di sangue aziendale mescolato negli stomaci di minuscoli insetti muniti di apparato boccale succhiatorio. Sono un canguro al cartoccio. Chiedono, in coro, se sono in grado di negoziare soluzioni nei conflitti interpersonali. Assemblato dall'ortodonzista direttamente in bocca al paziente, nella modalità appropriata al raggiungimento dell'obiettivo stabilito per una determinata fase del trattamento ortodontico. Poi succede che lo psicologo dice “brainstorming” e io lo colpisco con una testata sul labbro. Lo sfido a tirare fuori un’altra parola come quella. Si porta una mano alla bocca sanguinante e replica “self-leadership”: gli conficco un dito medio nell’ano, con un impeto tale da forargli i pantaloni e spingo forte fino a quando non gli si accendono i televisori. La donna sorride, ma io so bene che i suoi denti malocclusi segretamente compiono movimenti di rototraslazione con centro di rotazione al terzo apicale della radice. Mi butta lì che “tutti gli esseri umani sperimentano cinque emozioni di base”: la sistemo con una gomitata sulla giugulare. Piegata in due sul pavimento urla a squarciagola che è necessario “supportare, finalizzare e monitorare”: indietreggio velocemente, prendo due metri e mezzo di rincorsa, eseguo un salto triplo perfettamente cadenzato, raccolgo le gambe al petto mentre sono in volo e atterro al centro della sua schiena. L’uomo piagnucola qualcosa riguardo all’ “importanza del fattore creativo/affettivo all’interno delle organizzazioni aziendali”: lo schiaffeggio forsennatamente a palmi aperti mentre saltello sul posto sforbiciando le gambe. La donna rantola che è importante “essere in grado di gestire in modo efficace e garbato le innumerevoli situazioni di difficile interazione quotidiana e con tipologie del tutto varie di interlocutori aziendali”: decido per un salto Lewden, dal nome dell’atleta francese che lo inventò; prendo una rincorsa obliqua rispetto alla psicologa, slancio la gamba destra e salto con il fianco corrispondente alla gamba di stacco; quindi eseguo un cambio repentino di gamba e ricado con l’arto di stacco perpendicolarmente agli incisivi della Esperta di Relazioni Umane, frantumandole l’apparecchio in diecimila pezzettini. Trust me babe and it will be all right.

Finalmente mi sento rilassato: raccolgo gli incisivi dalla moquet e me li ficco in tasca, spalanco la finestra e ascolto il brusio del nuovo giorno. Forse sono felice. Poi prendo posizione tra le carcasse dei due psicologi e con naturale maestria assumo la posa di danza nota come “Ecarté dietro”: la gamba alzata è tesa, il corpo asseconda l'elevazione della stessa compensando con una leggera inclinazione rispetto alla gamba di terra, il braccio in terza è parallelo alla gamba sollevata, la testa è rivolta verso il lato opposto al braccio in terza: in questa posa, eseguita alla perfezione, attendo il licenziamento in tronco.
littlerunner

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