La Scarpa da Tennis

L’unica certezza sulla quale poteva contare era che quella non era la sua scarpa. Eppure si trovava in cima alla fila ordinata di mocassini lucidi dalla quale ogni mattina sceglieva il paio che lo avrebbe accompagnato in ufficio. Ma quella lì non era la sua scarpa. Una scarpa da tennis, una “Mecap” per la precisione. Non le facevano più da secoli, le Mecap. Bisognava trovare una spiegazione razionale. Richiuse l’armadio. Si guardò attorno. Il parquet era invaso da petali colorati e foglie e un profumo dolce accarezzava le pareti. Starnutì. Non era preparato all’arrivo della primavera. Riaprì l’armadio. Una sola scarpa, la sinistra, bianca, una Mecap. In cima alla fila ordinata di mocassini lucidi. Richiuse l’armadio. Non era sua. Provò a ricapitolare. La sveglia aveva suonato alle sei e trentuno, come ogni giorno. E poi nell’ordine: colazione, denti, barba, viso, ascelle, capelli, camicia, pantaloni, cravatta, giacca, scarpe. Come ogni giorno. Sedette sul pavimento. Annusò un fiore. Il saggio ginnico di fine anno, quinta elementare, lui in piedi davanti a Boselli, l’insegnante di ginnastica, nell’atto di ricevere il diploma, timido e orgoglioso, gambe lunghe e culo in fuori. E le Mecap ai piedi. Si soffermava spesso su quella foto, quando tornava a casa della madre. Nessuna malinconia, ben inteso, non poteva concedersela: aveva troppo rispetto per quel bambino, per i girasoli enormi che lo schiacciavano nei sogni. Provò a ricapitolare, partendo da più lontano. Elementari dalle suore, ginnastica artistica, le medie, vomitava in continuazione, cambio di scuola e nuovi compagni, disegnava fumetti, consigliavano il liceo artistico, argomentavano scarsità di sbocchi, approvarono la scelta dell’istituto commerciale, scriveva raccontini, consigliavano la facoltà di lettere, argomentavano difficoltà d’impiego, approvarono la scelta d’ingegneria chimica, leggeva poesie, a volte annegava. Riemerse e s’impiegò in un’azienda farmaceutica e un giorno trovò una scarpa da tennis in cima alla fila ordinata di mocassini lucidi. Riaprì l’armadio e la indossò. Al piede destro infilò un mocassino nero. Raccolse una manciata di petali e se la ficcò in tasca. Chiuse la porta, scese le scale, aprì il portone e riconobbe la primavera. Il tragitto per l’ufficio gli procurò qualche difficoltà. Sull’autobus l’attenzione di tutti era rivolta ai suoi piedi irregolari. Una bambina tirò la mamma per la gonna e lo indicò. Seguì un punto interrogativo, quindi la parola matto e un indistinto fremito d’approvazione. Il piede sinistro però stava proprio comodo e dal finestrino aperto entravano farfalle, piume di gru e conchiglie. Avrebbe fatto tardi alla riunione, fissata per le nove. Argomento: variazioni al dosaggio del glicol pentilenico nella composizione del Citrazol gel. Partecipanti: tutti gli specialisti interessati. Soprattutto quella parola, specialista, lo ripugnava. L’autobus si fermò. Mentre scendeva confermarono alle sue spalle punti interrogativi e diagnosi d’irregolarità. In risposta a quelle accuse si frugò nelle tasche e senza voltarsi gettò un pugno di petali e una pagina accartocciata.
“Ormai la primula e il calore/ ai piedi e il verde acume del mondo// I tappeti scoperti/ le logge vibrate dal vento ed il sole/ tranquillo baco di spinosi boschi;/ il mio male lontano, la sete distinta/ come un’altra vita nel petto/ Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio/ qui volgere le spalle”. I suoi poeti. Glicol pentilenico. Non riusciva più a schivarle, in ufficio, tutte quelle parole così solide, squadrate, sicure di loro. Insetti dalle armature d’acciaio. Continuava a sognare enormi girasoli di pietra. Nel sogno li raccoglieva, se li legava sulla schiena e dopo un percorso estenuante li ammucchiava all’angolo di un prato, per qualcun altro, sempre invisibile, sempre incombente. Si trattava ora di incedere a passo sicuro verso l’ingresso della sua azienda. E la Mecap scivolava leggera sull’asfalto tiepido e ordinato. Si fermò solo una volta: qualcuno aveva disseminato di grandi numeri colorati un tratto di marciapiede. Un sei giallo, un quattro azzurro, un sette rosso, uno zero viola, un tre arancione, un otto marrone, un cinque rosa. Infilò un dito nell’otto e lo fece roteare per un po’. Si chinò ancora, raccolse altri numeri a caso e li ripose nella valigetta. All’ingresso principale si rese conto di aver dimenticato il tesserino. Entrò nella guardiola. Estrasse i grandi numeri colorati dalla valigetta e compose il proprio numero di matricola sulla scrivania della guardia giurata, che restò a fissare la strana cifra senza capire. “Qui volgere le spalle” e uscì dalla guardiola dirigendosi verso l’entrata del grande edificio a vetri. Giunto al centro del cortile si sentì chiamare dalla guardia, che argomentava la non validità del numero di matricola appena dichiarato. “Il mio male lontano”, comprese. Non ebbe il tempo di ascoltare altro, avvertì invece che qualcosa lo raggiungeva dall’alto, a grandissima velocità, ineluttabile, verticale. Alzò gli occhi e vide un pallone di cuoio precipitargli addosso, da chissà quali altezze. Sentì un calore insostenibile al piede sinistro “e un’altra vita nel petto”. Un attimo prima dell’impatto tra il collo del piede sinistro e il pallone di cuoio ebbe la certezza, assoluta, che avrebbe colpito il bersaglio. Per nulla al mondo l’avrebbe mancato, questa volta. La voce alle sue spalle argomentò in un soffio dolente precise conseguenze, vetri infranti, assoluzioni impraticabili. Ritrasse il piede. Il pallone sfiorò la punta della scarpa, poi docilmente toccò il suolo e rimbalzò sordamente un paio di volte; infine scomparve, opportunamente, dietro un muro. Egli si mise a sedere, carezzò il dorso della sua scarpa bianca. Bruciava ancora. Una lacrima ne rigò la stoffa. Era sua ferma convinzione che incrementi di glicol pentilenico inferiori al due per cento non avrebbero apportato significativi miglioramenti al prodotto. Bruciava ancora. Avrebbe bruciato per sempre.

littlerunner

I versi in corsivo sono tratti da ‘Ormai’, una poesia di Andrea Zanzotto.

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