Il gabinetto del dottor Starsky
Cap. 1
Cap. 2
Cap. 3
Cap. 4
Cap. 5
Cap. 6
Cap. 7
Cap. 8
Cap. 9
Cap.10 - Suona il telefono di Nello
Suona il telefono di Nello: sì?
Nello?
Sì. Chi è?
È un po’ complicato da dire, così su due piedi. Sono un amico, diciamo.
Senti non ho tempo per gli indovinelli. Ci ho il caffelatte che mi si fredda. Perciò falla corta e dimmi chi sei.
Vedi… E’ come se… Diciamo che… Ehm …Sono Dio.
Bello scherzo della ciolla. Va beh, vai a fare in culo, chiunque tu sia, sono le sette e mezza del mattino e non ci ho la mezza intenzione di farmi pigliare per il culo da nessuno.
Spegne il telefono. Si accende una sigaretta. Introduce una mano nelle mutande, si da una grattatina fugace al culo, e sbadiglia. Faccio tre cose contemporaneamente, dice tra sé, e torna al caffelatte.
Il telefono squilla.
Un attimo di panico. Era spento, perdio.
Sì?
Sono ancora io. Dio. Per me è già difficile chiamare la gente così, poi mi devo sempre sorbire i vaffanculi perché dico che sono Dio e la gente si incazza. Ammetterai che anche a me mi girano un poco, no? Allora ascoltami: sono Dio, te lo ripeto, e la prova della mia grandezza sta nel fatto che il tuo telefono era spento ma io sono riuscito a chiamarti lo stesso. Quindi non fare l’arrogante. E ascoltami bene. Non ho niente da fare. Mi annoio. Sono disoccupato. Non c’è lavoro, capisci? Mi annoio. Tedium vitae, hai presente? Allora chiamo la gente. Soprattutto quelli che hanno nomi ridicoli. Tu ti chiami Nello Giovane. È un nome ridicolo. Hai mai pensato al fatto che ti chiami Neil Young? È buffo, no? Va beh, vedo che non ti diverti. Che stai facendo?
Oh, beh, stavo per andare in ufficio. Sai, io purtroppo ci ho da lavorare, posso mica perdere il tempo come te e gli hippy della tua specie, che non fate una sega…
Mamma mia, non ti incazzare… Sei un po’ nervoso, uomo…
Beh, vedi, ci ho da pagare un’ipoteca trentennale e quindi devo lavorare produrre fare risparmiare pianificare e tutta quella serie di cose.
Senti una roba: non che tu mi sia particolarmente simpatico, ma oggi mi sento generoso, e ti dico che non ne vale la pena, che tanto nel 2012 il mondo finisce, come previsto dal calendario Maya. Quindi rilassati e pigliati una vacanza.
Magari ci hai ragione… Perché mi hai chiamato?
Mi annoio. Te l’ho detto. Non ho nulla da fare.
E tutte le anime i santi i morti e i cherubini e robe varie?
Leggende. Qui sono trentasette anni che non ci mette più piede nessuno. Finiscono tutti in cantina, non so se mi spiego.
Capisco. E quindi da te chi ci sta?
Beh, neonati morti prima di essersi cacati addosso per la prima volta, casalinghe frustrate, millenaristi rincoglioniti e mormoni bolliti. E gli insegnanti di matematica.
Come?
Insegnanti di matematica. Niente sesso, una vita spesa su libri dall’inutilità leggendaria, e via così. È pieno di quei dementi. E rompono pure le palle. Stanno sempre a parlare di robe noiose, e mi costano un patrimonio in analisti, perché non accettano la mia esistenza come qualcosa di non dimostrabile empiricamente.
Freud si sta ammazzando di lavoro, insomma…
Freud sta al piano di sotto. Pure lui. Era un tossicodipendente che pensava solo alla patonza, non dimenticartelo.
Lacan, allora?
No. Era invidioso di Freud. Invidia uguale peccato capitale uguale inferno.
L’inferno… E come è fatto?
È più o meno come Pero, ma senza la raffineria.
Suona logico. Non mi sarei aspettato che fosse come Las Vegas con la spiaggia di Saint Tropez e il clima di Cuba. È pur sempre l’inferno.
Beh, geograficamente è poco affascinante. Però c’è un sacco di gente interessante: Nietzsche, Basquiat, Beckett, Hitler, Stalin, George Best, l’inventore dell’aerosol, il cugino di Gheddafi e l’autore della canzoncina del compleanno, tutti lì sono finiti.
Beh, però da te ci sarà almeno un qualche personaggio con un poco di charme… Che mi dici di Proust, che era un tipo noioso, che in più ha passato vent’anni in un letto d’ospedale?
Era gay. Dritto all’inferno.
Gandhi?
Altro Dio, altra destinazione.
Il Papa polacco?
È stato qui un po’. Poi l’ho mandato giù pure lui. Non si capiva quello che diceva. Emetteva suoni gutturali.
John Lennon?
Giù. Perché non gli ho mai perdonato la roba di Yoko Ono.
Capisco. A proposito, lei perché è ancora viva?
Se muore dobbiamo parcheggiarla da qualche parte, e nessuno la vuole. Quindi la lasciamo pascolare libera per il mondo. Però qui con me c’è Cartesio. Un bacchettone. Noioso. Pedante. Senti, adesso passiamo alle robe serie; ti ho chiamato perché, visto che mi annoio, volevo proporti una roba.
Sì ma io devo andare a lavorare, Dio.
Ho già risolto tutto. Il presidente della tua compagnia è stato coinvolto in un incidente mortale, sulla tangenziale. Niente capo, niente lavoro. Non so se mi spiego.
Non vai per il sottile, vedo. Era uno stronzo, comunque. Che mi dici degli altri coinvolti? Magari erano brava gente…
Non sono mica un dilettante, io. Sono Dio. Le altre due macchine erano occupate da un presenzialista televisivo abbronzato da fare schifo, utile al mondo quanto una merda di pecora, e da un manager cocainomane laureato in marketing alla Bocconi. Così che non abbiamo perso granché.
Vedo. E le famiglie?
Mogli fedifraghe e figli tossicodipendenti, fidanzate siliconiche e genitori in preda a deliri di grandezza e avidi di proiettare sui figli i propri insuccessi. Ripeto, non abbiamo perso granché.
Suona comunque un po’ brutale…
Senti Nello, la gente muore, un giorno o l’altro. Meglio che un tronista televisivo muoia giovane e bello, all’apice del successo mediatico, invece che due anni dopo, che non se l’incula più nessuno, e si vede costretto a mettersi in situazioni imbarazzanti tipo andare nelle discoteche a farsi palpeggiare da donne mongoloidi che non sanno chi cazzo è Platone, ma conoscono a memoria tutti i nomi dei protagonisti presenti e passati di tutti i grandi Fratelli e robe varie che siano mai passati per televisione. Credimi, meglio così.
Vedo. Sicché, sono in vacanza…
Sì.
Sì. Non ci sono abituato.
Lo so. Vorrei poterti dire Nello vai a casa della tua fidanzata dalle un bacio e portala al mare, ma visto che sei solo come un coglione – anzi no i coglioni vanno in coppia – beh, desisterò. Ascolta, ancora non abbiamo parlato della roba che volevo proporti. Si tratta di questo: che ne dici di sostituirmi? Solo per un po’. Mi annoio. Mi sembra di avertelo già detto diverse volte… Ho bisogno di farmi un viaggio. Vorrei andare a Glasgow. Che ne dici?
Nello ci pensò su; raccolse i pensieri, la voce e le parole, introdusse la mano nelle mutande e si grattò svogliatamente il culo, e realizzò ancora una volta che riusciva a fare più cose contemporaneamente. Poi disse:
No.
Dio restò un po’ imbambolato. Però poco sorpreso. La gente soleva sbattergli la porta in faccia ogni santo giorno. Non riuscì a dire una parola, stanco e deluso dagli uomini com’era, e mise giù il ricevitore.
Il dottor Starsky
Cap.9 - Se avessi 50 anni.
Ho sempre invidiato quelli che scrivono canzoni. In tre minuti o giù di lì ci metti anni di sofferenza, l’odore dei capelli di una donna che ha portato più noie che gioie o l’ago di una siringa, o tutte e tre le cose insieme. Poi la piazzi su un bel disco che la gente si ascolta centomila volte e allora ascolta la tua canzone centomila volte, e centomila volte dice che bel pezzo oppure questa roba fa cacare oppure questo mi ricorda l’estate a Gatteo Mare che ho limonato una belga che avevo pure pensato di trasferirmi a Bruges, ma poi mi sono ripigliato e ho pensato ma sai che rottura di coglioni Bruges, sa il cazzo che mi passava per la capoccia. Se scrivi libri le cose sono un po’ differenti. Guarda Proust, che ci ha messo venti anni a scrivere un bagaglio che nessuno si caca, al giorno d’oggi. E pure ieri, non è che se lo cacassero molto di più. Enciclopedia e olio di ricino, se non sapete di che libro sto parlando.
Ma Bugo, che le canzoni le scrive, non lo invidio neanche un po’.
Mi da sempre l’idea di essere un po’ in sbattimento. Comunque si vesta è fuori moda, ride di robe che non fanno ridere manco per niente, e suona sempre alle feste della birra, spesso in posti come Agazzano, o S. Fiorano, o Arenzano, che guarda caso finiscono tutti per “ano”.
L’ultima volta che l’ho visto suonare era a Fidenza – che per “ano” non finisce - in piazza. Ho subito pensato che assomigliasse molto a Gigi De Biase, il mio scrittore preferito, che abitava al Castellazzo, a 150 metri da casa mia. Gigi De Biase è magro con le braccia che ciondolano e la testa incassata fra le spalle e i capelli lunghi sulle orecchie e a volte si mette la cravatta e gli piace molto stare a casa. Come il Bugo. Suppongo, perché effettivamente non so se al Bugo gli piaccia stare a casa o meno. Io, se vivessi o avessi vissuto in via Melchiorre Gioia, ci starei, in casa, per non vedere quello che c’è fuori, a cominciare dalla tromba delle scale, che a Milano sa sempre di purè e ci ha sempre le luci giallognole e le mattonelle tipo con i tasselli di diversi colori e diverse dimensioni che fanno quell’effetto marmo finto sul quale qualcuno ha vomitato.
Comunque, appena arrivato a Fidenza, in piazza, ho chiesto ad un vecchio dove potessi trovare un baracco di quelli dove si comprano le sigarette, che ti faffano sempre il resto. Non sono di Fidenza, mi ha detto il vecchio, mi dispiace, non posso aiutarti, ha aggiunto il vecchio, con le mani raccolte dietro la schiena, come hanno tutti i vecchi quando camminano o si fermano a guardare i lavori in corso o a vedere quelli che al bar giocano a carte tra una bestemmia e un Vov. Forse quel vecchio era lì per vedere il Bugo, o forse si era perso perché ci ha l’arteriosclerosi e ha sbagliato paese, poi si è ripigliato, si è reso conto dell’equivoco e ha pensato be’ tanto che sono qui mi fermo a vedere il concerto, che magari vedo pure un paio di ragazzette che muovono il culo. Non aveva mica tutti i torti, quel vecchio lì, visto che – non ho ancora capito perché – le ragazze ai concerti di Bugo sono tutte buone. Altre cose che non ho capito sono: perché le ragazze che sono tutte buone di cui sopra vanno ai concerti del Bugo sempre con il fidanzato, e perché ai concerti di Bugo la birra fa sempre schifo al cazzo.
Comunque Bugo non lo invidio neanche un po’.
La gente gli grida sempre vai Bugo, sei un figo, vai che ce la ghignamo e tutte quelle robe lì, quando il Bugo è un tipo che scrive canzoni serie. Serissime, direi. Vere, aggiungerei. Tutti ci rompiamo i coglioni. Tutti pestiamo delle merde. Tutti ci domandiamo che diritti ho su di te? Tutti ci lamentiamo che cambiamo di scaffale i prodotti nei supermercati e nessuno se ne accorge. Allora mi chiedo: cazzo ci ha tutta la gente che va ai concerti del Bugo da ridere tanto?
Ma Bugo di questo se ne batte la ciolla.
Perché serissimamente si prende sul serio parlando di cose serie con il terrore che lo prendano sul serio.
Perché a lui piace suonare come a Darione Hubner piaceva giocare a pallone, non importa in che categoria serie stadio o situazione, lui si faceva il suo pacchetto di sigarette estere al giorno e voleva solo giocare e metterla dentro, perché questo era quello che gli piaceva fare, a Darione Hubner. Era un prodotto dell’Italia provinciale e operaia, Darione Hubner, e ci aveva i suoi amici di sempre che lo aspettavano al bar al semaforo di sempre, parlando di patonza e di calcio e di politica spicciola, come sempre.
Ma Darione Hubner faceva il calciatore, di mestiere, per cui diverse volte l’ho invidiato.
Bugo, invece, non lo invidio neanche un po’.
Da quando a cominciato a suonare gli rompono i maroni che è il Beck delle risaie, il Rino Gaetano pane e salame, uno che canta come Vasco Rossi e che fa il verso a Celentano. Io ho pure aggiunto che assomiglia a Gigi De Biase, il mio scrittore preferito, che viveva al Castellazzo. Ma Bugo è Bugo e nessuna altra cosa, nessun altro musicista, nessuna altra voce. Sono anni che si sbatte e suona ovunque, comunque, per chiunque e se ne va in giro col pulmino e magari deve pure guidare lui, allora gli vengono le paranoie che l’ascella sinistra è più pezzata della destra, perché quel braccio stringe il volante, mentre l’altro cambia le marce o armeggia con la radio o gesticola, allora è più arieggiata, l’ascella destra.
Due anni fa vidi un suo concerto in un posto infame – festa della birra, of course – e allora la gente cominciava a urlare vai Bugo, facci il casalingo, facci fare due ghignate, dai che ci abbiamo il mangianastri sull’Alfa 33 dove c’è sempre fissa la tua cassetta, e in alternativa ci abbiamo nel cruscotto le canzoni dei cartoni animati e Heidi è una troia e quelle robe che ti scassi dalle risate. Bugo disse ragazzi mi dispiace ma stasera mi sento come John Cage quando Schönberg – che era il suo eroe - l’aveva mandato a cagare e allora non suonerò niente altro che non sia blues, attaccatevi, la prossima canzone si intitola se avessi 50 anni. La gente pensò fosse uno scherzo del Bugo tipo quello che faceva in pizzeria alla cena dei compagni delle medie che iniziava a parlare di robe serie e poi infilava quatto quatto la mano sotto l’ascella e giù pernacchie, e gli altri tutti intorno a ridere ahahahaha Bugo, sei incorreggibile, gli dicevano.
Per questo non lo invidio neanche un po’, Bugo.
A Fidenza gli hanno pure tirato sul palco un paio di mutandine da signora. Lui le ha tirate indietro con la faccia un po’ così, di quello che non riusciva a trovare la cosa divertente. Ma Bugo è un tipo intelligente, e queste cose le sa prendere bene. È un tipo ironico, Bugo, e ride di queste cose come ride di se stesso.
È intelligente e ironico, il Bugo. Per questo, io, non lo invidio neanche un po’.
Il dottor Starsky
Cap.8 - Prendi quello.
La classifica italiana dei dischi più venduti - secondo XL, allegato di Repubblica - a gennaio dell’anno del signore duemilasette, presenta nomi di spicco: renato zero, vasco rossi, celentano, venditti, mina, depeche mode, zucchero. I giovani alla riscossa, insomma. In copertina godiamo di un primo piano di carla bruni. Bellissima. Ora anche cantante. Domani pittrice. Ne sono certo. C’è gente che si sveglia la mattina e, toh, oggi faccio il cantante. Io mi sveglio, vedo i capelli sul cuscino, sono ancora ubriaco dalla notte prima e dico, toh, oggi mi girano i coglioni. Ma questa è un’altra storia. All’altezza del goloso zigomo della carla, una dichiarazioncina dei subsonica: “torniamo a fare dischi che cambiano la vita”. Ma a chi? Ti passa la voglia di leggere. Poi scopri che i take that sono in classifica in terra d’albione. Ti passa la voglia di vivere, a quel punto. Ma che poi, poveracci, erano molto meglio di molti altri, a pensarsela bene. Se non altro non si scrivevano la robe sulle mani come fanno le ragazzine delle medie, e chris martin. Non andavano a scomodare nessun malese sessantenne per scrivere delle nenie sperimental-pop-minestrone-world-music come damon albarn, che non sa più cosa inventarsi per restare appeso alle pareti degli adolescenti. Non erano patetici come i rolling stones che sono vecchi come il cane di san rocco e ancora non hanno trovato soddisfazione. Sono tornati, i take that, bussando con educazione. Sono invecchiati. Un po’ imbolsiti. Cresciuti, ma senza le paranoie di un ashcroft, senza pettinature da fiera canina in stile rod stewart, senza le mignotte e i macchinoni di dre che ci ha cinquantanni e si veste ancora come uno spacciatore tredicenne di compton. Sono tornati e sono qui per restare, almeno un paio di mesi, finché di nuovo non cambia il vento. Si siedono a tavola e quatti quatti mangiano quello che possono arraffare, consapevoli che oggi mangi paté, domani non ce n’è. Alla fine sono innocui. Sono bravi guaglioni. Sono gli ex fidanzati che adesso flirtano con le sorelle minori di quelle che una volta piangevano pensando a quanto deep era il loro love. Sono come l’erpes, i take that. Una mattina appare sul labbro inferiore. Dopo due giorni scompare. Dopo un po’ di tempo ritorna. Ma ormai ci si è un po’ affezionati. Li vedremo al live 8 del prossimo anno? Due possibili risposte: chissenefrega è la prima. La seconda: speriamo di sì. Almeno qualcuno onesto. Siamo stanchi di doherty “sono un tossico con la fidanza tossica e cerebrolesa” e di bob geldof. Vogliamo qualcuno carino da vedere, leggerino da ascoltare, che non abbia grosse robe da rivendicare. Tra bono e bob geldof che abbracciano nelson mandela e sir elton john vestito come il divino otelma, alla fine, i take that farebbero la loro simpatica figura. Poi, un’altra volta, usciranno dalle nostre vite, educatamente. Per poi tornare, forse, una mattina di marzo. Esattamente come l’erpes.
Il dottor Starsky
Ps – invito chiunque abbia qualcosa da dirmi a farlo: robo_soma@hotmail.com si astengano i fans di jervis cocher. Tra gli altri.
Cap.7 - Da pietra rotolante ad alcolista titubante.
Più o meno tre mesi fa io ed il mio amico Kristoffer siamo andati a trovare sua madre, che vive in una bella casa di legno affacciata sul fiordo di Hardanger, Norvegia. Il tipo aveva pensato a tutto: caffè, tramezzini al formaggio, una pila di cd di gruppi tipo unrelated segments, the chocolate watchband e sir douglas quintet. Era quello un momento particolare della nostra esistenza: io avevo un taglio di capelli imbarazzante, e kristoffer era appena stato scagliato dalla fidanza, secondo la quale egli beveva troppo. Lei aveva tratto questa conclusione la sera che il tipo si era arrampicato sul bancone di un bar, per poi accennare qualche passo di danza e cascare a faccia in giù sul pavimento. Il problema è che lui ci lavorava, in quel bar, quella sera. Insomma ci avevamo tutti e due i cazzi nostri. Un viaggio sarebbe servito a rendere più tollerante la vita, e a farsi quattro ghignate in rilassatezza. Sul traghetto Kristoffer mi dice: “dovremmo mangiare qualcosa. Tipo delle polpette. Ah, ci ho una roba da raccontarti.” All’età di undici anni, K ebbe la (s)fortunata opportunità di ficcarsi nel backstage di un concerto di Mick Taylor, l’uomo che lasciò i Rolling Stones per motivi oscuri. “Per fare una roba del genere” dice Kristoffer “ci vogliono due paia di palle. O una dose di stupidità fuori del comune”. Comunque sia il bambino K si infila ed arriva al cospetto del tipo, il quale era accucciato sotto una luce fioca, solo, la faccia tra le mani, grasso e presumibilmente ubriaco. Ripigliatosi per un attimo, il vecchio si trova davanti un ragazzino serio ed emozionato, che gli porge una mano. “Quello era di certo un paio di mani da alcolista: tremavano, e avevano la consistenza del merluzzo fresco. Era come se quel bizzarro figlio di cagna si fosse spalmato di nivea per settimane. Cercai di dirgli quanto lo rispettavo, quanto apprezzavo il fatto che avesse mandato a puttane l’occasione della vita per non rinunciare ad un’esistenza da comune mortale, ma l’unica cosa che uscì dalla mia bocca fu un mugolio sinistro e disarticolato, colpa dell’emozione. Gli strinsi la mano per un po’, dopo di che me ne andai, senza essere riuscito a dire una sega”. K ritorna davanti al palco, dal quale un tipo sta introducendo al pubblico l’imminente arrivo di Taylor: “ladies and gentlemen, un applauso per il grande Mick – e ricordatevi, se qualcuno solo menziona gli Stones, il signor Taylor se ne va fuori dal cazzo alla velocità della luce”. Segue il concerto, che K definì “la strana e strascicata esibizione di un uomo stanco, che si chiederà fino al momento in cui la morte se lo piglia se ha fatto la cosa giusta o se si è rovinato la vita da solo”.
La conclusione, se mai ce ne fosse bisogno, è che se stai negli Stones, anche se solo per una manciata di minuti, la tua vita prende un corso totalmente nuovo. Quindi, o spingi sull’acceleratore e diventi carne da palcoscenico e da tabloid di infima qualità, o ti ritiri e cerchi una via alternativa, facendo la tua musichina e andando in giro a smazzarla, sperando che i fantasmi non ti corrano dietro per sempre. Gli Stones non sono i Roxette, eccheccazzo, che se li lasci e torni a coltivare barbabietole tutto fila liscio e tu fischietti sotto il sole e nessuno viene a smagarti i coglioni. Saluti da Calendasco,
Il dottor Starsky
Cap.6 - Los Fatales, di nome di fatto.
Sono le due e quarantasette – del mattino, inutile dirlo. Sono quasi ubriaco. E troppo stanco. E troppo vecchio. Eccheccazzo. Insomma io lavoro al mercato del pesce di Bergen, Norvegia. Lavoro con della gente che ci ha le sue cose in testa. Uno di questi si chiama Santiago. Insomma questo chaval è uruguayano – o uruguascio, come lo pronunciano gli stessi abitanti di questo posto che tutti hanno sentito nominare ma che nessuno sa di che cazzo di materiale sia fatto. Sto tipo salta fuori con delle trovate strane, tipo le canzoni da stadio del Pe?arol – so che la enne è scritta male, ma sono troppo gonfio per trovare quella giusta nell’inserisci-simbolo-quant-altro – e questa cazzo di musica che si chiama Cumbia. È una storiaccia di gente di periferia dei paesi di periferia – forma elegante per apostrofare i paesi che sono in bilico tra il mondo civilizzato e il terzo mondo duro e puro. E se ne salta fuori, il chaval, tra un astice e un chilo di cozze, e canta le canzoni, o hit che dir si voglia, di un gruppo che scelse il nome disgraziato Los Fatales. La cui canzone – o hit – più famosa è “Pizza Muzzarela”. Insomma i tipi decantano le proprietà salvifiche di questo tipo di pizza, che mangiata prima di andare a ballare – pare – aiuta a contenere gli svantaggi dell’alcol. Chi cazzo si è mai domandato che razza di musica si “produce” in Uruguay? Io, personalmente, mai. Ma sono troppo ubriaco – adesso è lampante – e troppo vecchio per parlarvi di questo, amici. Ergo adesso suono un po’ di roba tipo Van Morrison, e domani continuo il racconto. Lo spirito sarà diverso, ma questi sono gli svantaggi dell’alcol. Eccheccazzo.
Adesso sì, finalmente, sono di nuovo sobrio. Maledizione. Insomma la Cumbia è un tipo do musica simile alla Salsa, ma senza il tocco raffinato del controtempo. Il suono è diretto, il ritmo varia di rado, la canzone si srotola tutta di un fiato. Una melodia accattivante, e un testo semplice e poco strutturato. Insomma gli Stooges stonati di mate, sudati, sbragati in un bar della parte vecchia di Montevideo. L’Uruguay è un paese strano. Chi non si ricorda – anche voi, finti intellettuali del cazzo che giocate a fare i Ferlinghetti, sapete di cosa parlo – di Pato Aguilera, stella del Genoa di qualche anno fa, che venne arrestato in campo, subito dopo una partita, per sfruttamento della prostituzione e riciclaggio di denaro zozzo? Tutto questo zingarame divertente, delinquente e roboante è la fonte d’ispirazione della Cumbia. È la colonna sonora ideale al termine di una giornata speciale. Tipo quella che mi ha raccontato Santiago di aver vissuto l’anno scorso; è lì che lavora e suda e vende sgombro affumicato, quando vede tra le facce tutte uguali dei turisti un paio di biffe che gli pare di conoscere. Cazzo, sono un gruppo di amici del liceo di Montevideo. Scatta l’urlo belluino della fratellanza riconsolidata e della sorpresa insperata, e il pianto finale. Il tipo si defila dal lavoro e comincia a guidare i compari alla scoperta delle bellezze architettoniche di Bergen. Cioè i supermercati più forniti. Insomma se li visitano tutti e faffano un sacco di roba buona dagli scaffali colorati dei colorati negozi del mondo primo. Soprattutto faffano formaggi – gli uruguayani, ne ignoro la ragione, strippano per il formaggio, specie se francese. Tutti contenti, le tasche piene di delizie omaggio dell’ospitale Norvegia, se ne tornano a casa e si fanno una gran mangiata, al suono sbarazzino e truffaldino della Cumbia. Ecco quello che in Uruguay viene considerato un giorno perfetto. Altro che andare allo zoo, a dar da mangiare agli animali – che è pure vietato – come quel mentecatto di Lou Reed. Insomma smettetela di scaricare mondezza tipo Be Your Own Pet e optate per brani tipo “Pizza Muzzarela”, “La Piba Lechera”, e “La Abuelita”. Che titolo spaccoso, “La Nonnina”. C’è solo da imparare, dalla Cumbia uruguayana. Non scherzo. I Mistery Jets stiano in guardia, che Los Fatales spaccano il culo a tutti.
Saluti da Bergen
Il dottor Starsky
Cap.5 - Un’anima del nord.
Cambio scimmie musicali come fossero calzini. Questo è il mese del Northern Soul. Visto che in questa sede si parla di musica, dovrebbe seguire descrizione del genere musicale in questione, con le relative cazzate circa gli artisti, le etichette e via di questo passo. Qualcuno si è inventato Wikipedia, grazie a Dio, quindi andate a favi le vostre ricerche. Non sono io che devo illuminarvi. Sono solo un umile narratore, per di più con i postumi di una sbornia titanica. Ma questa è un’altra storia. Insomma incontro questo tipo strano, un giorno, proprietario di questo bar che qualche debosciato ha deciso di montare sotto casa mia; mi avvicina e mi viene a dire che una sua amica svedese vuole condividere il letto con me. Affare fatto. Il giorno dopo salto nel suo bar, ordino una pinta di orribile birra norvegese, con il sorriso sornione di chi ha il petto gonfio di autostima. Pessima scopata, ma la faccia deve dire tutt’altro, comunque. Allora, dice il tipo, che chiameremo David – visto che così si chiama – italian stud, come butta stasera? Mah, faccio io, che vuoi, come sempre, adesso bevo sessantaquattro birre e poi vado a casa a leggere Proust. Cazzate, naturalmente. Insomma si diventa amici, io e David. Bravo ragazzo, gallese, faccia da sfigato che piace, alla Edward Norton, e capello à la Ray Davies – Wikipedia e olio di ricino, se non lo conoscete. Salta fuori che con quella faccia da sfigato era nel business del porno on-line, che era un grosso spacciatore di fumo di Cardiff, che ha faffato un sacco di soldi al parcheggio sotterraneo dove lavorava. Ci sono infiniti motivi per andare a Londra, Berlino o New York; ce ne sono tre per finire in Norvegia: le donne, i problemi con la giustizia, il non avere un motivo. Lui li riassume tutti e tre. Per quanto riguarda la donna per la quale si è trasferito in questo covo di pazzi, le cose sono andate diversamente da quanto avesse sperato: la tipa in un accesso di libido si è fatta trombare da un david-beckham-wannabe-svedese nel cesso di un locale per scimmie artiche – i norvegesi – con tanti soldi e poco stile. Ma questa è un’altra storia. Insomma ieri notte, tra una pinta di orribile birra norvegese e mezzo litro di disgustosa birra norvegese, noi si faceva un discorso che ci portava ad una conclusione: non sai un beneamato cazzo della vita degli altri, non puoi fidarti di una norvegese che si fa trombare in una spiaggia australiana, con l’inganno ti attira nel suo paese e nel suo paese stesso ti piazza un gran paio di corna col primo cerebroleso che passa, le cose non sono mai come sembrano, essendo la cose sempre peggio di quel che sembrano, il formaggio norvegese non sa di un cazzo. Per non parlare della birra. Ma, per dio, se non altro c’è il Northern Soul a salvarci dagli schiaffi della vita. Questa è stata la conclusione del nostro discorso. Ultimo sorso di stucchevole birra norvegese, abbraccio all’alba, ognuno verso casa e cazzi suoi. Titoli di coda.
Il dottor Starsky
Cap.4 - Datarock (con un piccolo preambolo).
I Datarock sono un gruppo divertente e danzereccio di Bergen, Norvegia, dove ormai mi trovo da diversi mesi, non so più neanche perché. Hanno suonato in giro per anni, ed ora finalmente hanno un disco sugli scaffali dei negozi. Hanno saputo usare il loro talento, e da brave formichine hanno aspettato, suonando in posti piccoli e umidi, mentre la gente non se li cacava mezzo. Questo mi ricorda che ho sempre preferito quelli che il proprio talento lo sputtanano. Questo mi ricorda George Best. Lasciatemi dunque spendere due parole al riguardo. Se ne è andato da poco, George, e nessuno al suo funerale ha potuto dire ma chi se lo aspettava? Era ridotto uno schifo, il povero George. È schiattato, crepato, e non semplicemente morto. In campo era un genio – come pure al pub – ed era talmente sempre a corto di soldi che ha permesso, in cambio di qualche sterla, che facessero su di lui il film più brutto degli ultimi dieci anni – se non si considerano “Alex l’ariete” con quel mentecatto di Alberto Tomba e “The dreamers” di quel bollito di Bertolucci. Ero decisamente triste, quando ho saputo che un altro dei miei idoli aveva tirato le cuoia. Che volete, non sono uno di quelli che ha il poster di Che Guevara in cameretta; i miei eroi hanno sempre un profilo culturale basso, e bevono tutti parecchio. Ero triste e pensavo alle cinque cose che non potrò mai fare nella mia vita - essendo alcune delle persone coinvolte coperte da due metri di terra - che sono:
-vedere i Beatles in concerto
-suonare nei Beatles
-prendere a calci nel culo Herman Hesse
-bere un paio di vodche (lo scrivo così perché così mi va) con Nikita Kruscev
-bere una decina di pinte con Gorge Best al pub in Piazza S. Agostino, a Milano.
Cazzo, ho pensato, Best è morto e ha lanciato un monito importante: se bevete, vi riducete una schifezza come me. Sante parole. Ero talmente colpito che non ho potuto fare altro che ubriacarmi per la tristezza. Era un punk, il vecchio Georgie; non gli fregava un cazzo di niente, eccetto prendere delle piombe. Non gli interessava ficcarsi in un letto con un’orientale ributtante pretendendo di voler cambiare il mondo – come fece John Lennon – né pensava di poter essere un buon esempio per i ragazzini che affollano gli stadi. Voleva semplicemente bere, prendere a calci un pallone, e farsi quattro risate, il nostro. Aveva un talento unico, ma non voleva saperne di coltivarlo; avesse avuto la testa di un Gattuso, ora nessuno saprebbe chi cazzo è Pelè. Ma non era roba per lui, un irlandese crapulone dall’animo semplice. Un altro grande se ne è andato, mentre Elton John e Bono godono di ottima salute. Finito il preambolo, passiamo al vero contenuto dell’articolo, ovvero la recensione del disco dei Datarock. È godibile, ballabilissimo e costa poco. Per ulteriori informazioni affidatevi alla rete.
Saluti da Bergen.
Il dottor Starsky
Cap.3 - Supponpon Rock Afrirampo
Sono le cinque passate di un pomeriggio anonimo come altri, piovoso il tanto che basta per romperti le palle a dovere. Mi sono appena svegliato con i postumi di una notte passata a bere in casa di un tipo conosciuto al bar ieri sera, il quale ha raccolto un campionario di umanità vasto quanto scellerato, per organizzare un dopo-festa. Nell’ordine: io, un altro musicista che suonava come se dio l’avesse benedetto, un italo-dominicano di brooklin, una tipa che è scoppiata in lacrime quando le ho detto che Venezia non mi piace neanche un po’. La situazione è questa, più o meno tutte le sere. La gente non smetterebbe mai di bere. Nessuno dormirebbe mai. La Norvegia è estrema, da diversi punti di vista. Forse da troppi. Le norvegesi, poi, sono donne di una bellezza indecente. In questo minestrone di pazzi e di bevitori, si perde un po’ il senso della realtà, e della normalità. Tutto diventa accettabile, e il folle sembra solo l’ennesimo eccentrico agli occhi di chi lo guarda. Ma una sera mi sono imbattuto in qualcosa di veramente troppo selvaggio anche per un cazzo di vichingo: un concerto degli AFRIRAMPO. Due tipelle, da Osaka, mezze nude, che suonano una roba tipo Kyuss-e-Sonic-Youth-si-strafanno-di-acido-e-cercano-di-suonare-Captain-Beefheart-fatto-di-metedrina-in-cristalli. Non esagero. Batteria e chitarra lancinanti, boa di struzzo e coretti da cartone animato deficiente; poi si ripigliano e cominciano a menare serio, cattive bambine nipponiche. La batterista ha la forza di un docker di Liverpool, la chitarrista è ruvida e selvaggia, oltre che decisamente attraente, soprattutto perché mezza nuda. Ad un certo punto la batterista abbandona lo strumento e si getta tra il pubblico, ordinatamente seduto; costruisce una struttura con le poltrone della sala, poi si scambia con la collega che infila la chitarra nella struttura stessa e medesima, e assolda un fortunato spettatore affinché faccia vibrare le corde. Intanto l’altra sta torturando qualcuno da un’altra parte. I testi devono essere altrettanto estremi, peccato che il dottor Starsky non capisca un cazzo di giapponese. Una sorta di teatro dada mischiato ad un’attitudine alla napalm death,
una versione metallica-noise-desert di un innocuo episodio di doraemon. Allucinante. Andate a vedervi il sito – www.afrirampo.com – e cercate di capirci qualcosa, anche quando scrivono in inglese sono fuori di melone. Un’ultima cosa: vederle live è un evento eccezionale, su disco perdono parte del loro fascino.
Il rumorismo, cari miei, non è roba per tutti.
Saluti da Bergen.
Il dottor Starsky
Cap.2 - Il destino di un uomo è scritto nel suo nome (e non nel suo cognome)
Un mio carissimo amico ripara macchine: uno di quei lavori in cui si suda e si bestemmia facile. Qualche giorno fa si presenta in officina un tipo che implora aiuto, guidando un camioncino che sembra uscito da un film di Kusturica; va a singhiozzo, e deve essere riparato perché serve al nostro per un tour estivo nelle più fetide piazze del nord Italia. Il personaggio in questione è un musicista, conosciuto come Tony Gallo, ovvero uno dei più famosi alfieri del liscio nella terra di nessuno che va da Noceto a Chignolo Po’, passando per Calendasco. Il liscio in quelle zone è una sorta di religione, depositari della quale sono anziani mocassinati e con camicie di viscosa (finta seta altamente infiammabile), rigorosamente a maniche corte, e che vede come ministri di culto i vari Mauro Levrini, Beppe & Dany, Igino Passoli, Sergio & i Technicolors, e last but not least, Pinino Libè. Gente che suona la fisa, che suda e che canta polke imbarazzanti nelle quali si parla di ragazzi attempati e di rumbe da materasso. Un delirio di trash, alcol e Esportazione senza filtro; un mondo di personaggi che vivono una intensa vita “in s’la strà” (on the road), e che sbarcano il lunario facendo ballare e sognare centinaia di vecchietti dalla prostata irrigidita, ogni sera. Il nostro Tony Gallo è uno di quelli che deve la sua fama più al carattere che alle hit; famoso fu quel concerto in cui venne insultato da uno del pubblico, e per tutta risposta smise di suonare, si strappò la camicia di dosso e si scagliò sul contestatore tempestandolo di schiaffoni. Insomma, se Raul Casadei è il Sinatra del liscio, Tony Gallo è il Johnny Rotten della balera. Tornando al camioncino del Gallo, il mio amico meccanico comincia la sua visita ginecologica; mentre suda e bestemmia, Tony riceve una telefonata da Al Rangone, altro big della liscio music. Devono organizzare delle date insieme, ma devono trovare dei people-risers, sorta di PR che possano portare un po’ di gente al concerto: tra i più famosi, Renzo “l’elettrico” e il Tortora, grande agitatore di feste della salama da sugo. Il Gallo comincia quindi una serie di telefonate per arruolare il maggior numero di gente possibile; chiama il signor X, ma la moglie risponde che è partito con i nipotini, alla volta forse di qualche triste posto di mare dove si consumano partite di briscola sotto l’ombrellone. Il signor Y non può venire, vittima di un malessere da fegato incriccato, ma avviserà tutti i conoscenti. Quando è il momento di chiamare il signor Z, la faccia del Gallo si rabbuia, la voce zoppica: “non sapevo, signora… condoglianze… suo marito era come un fratello per me”. Il mio amico, sotto la coppa dell’olio del camioncino, suda, bestemmia, e se la ride. Si stampa tutto nella memoria, per raccontarmi poi tutto. E questa è la storia, del tutto vera, di un attimo di vita di un alfiere del liscio.
Intanto, all’insaputa del Tony, da un'altra parte del pianeta un altro Gallo sta suonando la chitarra. Oppure sta girando un film autocelebrativo. O magari sta dipingendo. O forse sta facendo una comparsata in un video di qualche cool motherfucker, girato a New York. Questo Gallo, infatti, di nome fa Vincent, e di professione fa un po’ tutto. È quello che ha diretto, scritto, interpretato e musicato “Buffalo 66”; il tipo che bacia le gambe di Faye Dunaway sotto un tavolo nello splendido “Arizona dream” di Kusturica; il robboso di “Palookaville”; quello che se lo fa succhiare da una lasciva Chloe Sevigny in “Brown Bunny”. È ancora “il primo home-boy bianco del pianeta”, come amava definirsi ai tempi in cui lo si conosceva come Prince Vince, e l’amico di Basquiat e di Julian Schnabel, e il conservatore di estrema destra che si presenta alle consegne dei qualche-sponsor-awards con un cappotto con la faccia di Bush ricamata sopra. Questo Gallo è un vincente con l’attitudine del perdente, o viceversa; è l’idolo di chiunque pensi che si può fare tutto e guadagnarsi da vivere così, senza leccare troppi culi o vestirsi da rapper e sculettare dicendo “sono un pappone, vi fotto tutti, c’ho la roba di Gucci, yo, mi faccio un cifro di mignotte”. Il perfetto uomo cool col capello unto, così fuori dagli schemi siliconici della triste (non)cultura Americana, eppure così
à la page nel suo essere trasandato. Ebbene, quest’uomo non sa niente di Tony Gallo, né delle sue avventure per tirare a campare, né di quanto siano grosse le zanzare che ti spolpano mentre suoni la fisa in qualche piazza del Pavese, né del fatto che se fosse nato dove è nato il Tony forse la sua vita non sarebbe stata così romantica. Il destino di un uomo, si sa, è scritto nel suo nome. E non, come visto, nel suo cognome.
Il dottor Starsky
Cap.1 - Safe as milk
Molti album li compri, li ascolti e li maledici nel giro di un paio di ore; certi altri non sarebbero utili nemmeno per il camino. Dischi che ti vergogni di avere, altri che è vergognoso non avere, altri che-cazzo-mi-è-venuto-in-mente-di-comprare. Oltre a questi, un esiguo numero di lavori per i quali varrebbe la pena di impegnarsi i reni. Come SAFE AS MILK, una roba assurda del 1967, partorita dalla zucca di Captain Beefheart. Musica che salta fuori dalla cantina di un Bo Diddley fatto di colla, alla quale è assolutamente impossibile dare un nome, una faccia, un’etichetta. Se parliamo di musica, consideriamo questo disco come quelli di cui si dice “one of the most…(completare la frase a piacere)”; se parliamo di arte, allora abbiamo a che fare con una cosa molto strana. Un ibrido, direi: un uso della tecnica à la Velazquez, l’ironia ed il surrealismo di un Magritte, la capacità di cambiare registro e stile tipica di un Picasso scaltro ed arrogante. Amico e collaboratore di Zappa, Taj Mahal, Ry Cooder, scrisse musica che cambia ogni volta che l’ascolti, ma che ben si adatta a qualsiasi impiego creativo: se fate l’amore, lasciate perdere Marvin Gaye e suonate il Capitano; se siete nervosi cestinate Grieg, se state dipingendo eliminate i Pink Floyd, se siete al mare in agosto mandate a fare in culo l’Hip Hop. Il Capitano è come la calendula: cura tutti i mali. Però assumetelo a piccole dosi, perché come con il uischi malto singolo non bisogna esagerare; lasciate che il disco vi venga a cercare, che si spogli lascivo quando lo estraete dalla custodia. Lasciate per una volta riposare Raw Power degli Stooges, e suonate Safe as Milk. Ecco che allora vi farete delle domande:
-che cazzo gli passa per la testa a questo matto?
-che minchia di musica è questa?
-chi sono io realmente?
-perché quei coglioni dei Doors sono diventati dei miti e il Capitano lo conoscono in 12?
Mia madre minaccia spesso di buttare tutti i miei dischi perché non li vuole piu’ spolverare; se lo facesse, mi spiacerebbe per il Capitano e per pochi altri. Quei pochi, per intenderci, che mi hanno fatto capire che la musica è arte; un’arte sacra e sudata che unisce Johnny Rotten a Svorak, passando per Stockhausen ed i Ramones. Alla fine non ho parlato per niente del disco, né degli altri capitoli della saga del Capitano (su tutti Trout Mask Replica). Alla fine non avete capito niente di quello che volevo dire. Alla fine resta che dei grandi album è impossibile parlarne.
Chi si azzarderebbe a descrivere in 500 parole Piazza San Pietro ad un cieco? Probabilmente, due categorie di persone: i Lester Bangs e gli esperti da divano. I primi scarseggiano, i secondi vaneggiano.
Il dottor Starsky