'60 e Dintorni. Le Copertine dei Beatles come specchio di un'epoca
“Gli anni sessanta sono stati i più innovativi, i più colorati, i più energici anni del ventesimo secolo”; sono ormai più di trent’anni, che opinionisti, narratori, giornalisti e storici dicono questo.
Impossibile non essere d’accordo anche perché ritengo che, dal punto di vista cinematografico, passando poi per le arti figurative, la televisione, la radio, ma soprattutto per la musica leggera, gli anni sessanta siano stati un decennio assolutamente esplosivo.

Non voglio qui soffermarmi sulle centinaia di stelle che hanno illuminato l’universo musicale sixties come gli Stones, gli Who, Hendrix, Procol Harum, Beach Boys, né sull’immenso cosmo beat degli Hollies, dei Searchers, dei Kinks, tantomeno sul rhythm and blues nero di Pickett e quello bianco dei Manfred Mann, ma, nell’aprire questa finestra sul decennio, non posso non essere abbagliato da qualcosa di eccezionale. La band più geniale e allo stesso tempo commerciale, più all’avanguardia e contemporaneamente fruibile e fruita da tutti senza distinzione di classi sociali, provenienze musicali o settori di alcun tipo, che la nostra storia abbia mai avuto: i Beatles.
Molti prima di me hanno analizzato in lungo e in largo la loro musica e molti altri ancora lo faranno; proveremo insieme ad esplorare un aspetto spesso sottovalutato di questa band: le copertine dei loro dischi, vere opere d’arte in alcuni casi, specchio di un’epoca in altri, narratrici inconsapevoli (?) della vita stessa del gruppo. Comunque autentiche avanguardie nel campo figurativo dell’industria discografica.
Corre l’anno 1963 quando i Beatles pubblicano il loro primo LP, cinque mesi dopo il loro primo singolo. L’album è Please Please Me.
Se osserviamo la copertina di questo disco essa rappresenta la classica promo-copertina che poi, per gli album di esordio, diverrà la regola discografica di tutti i tempi. Si pubblicizza cioè il singolo appena uscito e il pezzo che si ritiene sia il fiore all’occhiello dell’album, rispettivamente Love Me Do e Please Please Me.
Oggi questo tipo di informazioni sono spesso riportate in adesivi annessi al cd.

La copertina di Please Please Me ritrae i ventenni futuri fab four affacciati ad una balaustra interna del centralissimo palazzo londinese della Emi di Manchester Square: sono Ringo Paul George e John che si prendono un break facendosi ritrarre sul luogo di lavoro; quale migliore immagine per un disco completamente registrato live-in-studio, in 10 ore?
Una tipica copertina sixties di lì a poco imitata da Kinks e Hollies.
Nel corso del 1963 molte sono le cose che succedono ai quattro di Liverpool: quattro numeri uno in Inghilterra, una tournée in Scandinavia e un secondo album; il tutto in meno di otto mesi!
Il secondo LP dei Beatles esce il 22 Novembre 1963, data tra l’altro del tragico assassinio di John Kennedy a Dallas.
Il disco si intitola With The Beatles. Una copertina assolutamente nuova per quei tempi che ritrae i quattro a mezzo busto con una luce laterale che da sinistra illumina soltanto la metà dei loro volti.
La foto, di Robert Freeman, ricordava i lavori dell’ancora sconosciuta e di lì a poco celebre Astrid Kircherr.
Il primo anno discografico dei Beatles si chiude con quattro singoli e due LP. Considerando che i singoli, ad eccezione di Love Me Do, sono Please Please Me, From Me To You, She Loves You e I Want To Hold Your Hand e All My Loving tratta dal secondo LP, possiamo dire che la spallata alla discografia mondiale c’è stata ed è stata fortissima.

Il 1964 vede i quattro liverpoodlians più famosi d’Europa pubblicare un singolo eccellente: Can’t Buy Me Love, nel frattempo primi anche negli States: il tempo stringe, gli impegni si moltiplicano. Secondo i leggendari due LP più quattro singoli all’anno i Beatles pubblicano nell’estate del 1964 il loro terzo LP, quello che li consacrerà artisti veri e propri agli occhi dei critici: A Hard Day’s Night.
I Beatles di A Hard Day’s Night non sono più una “boyband ante litteram” come qualche scellerato li ha definiti, ma i più grandi compositori di musica leggera del novecento. Essi scacciano prepotentemente il rock and roll americano dalle classifiche di tutto il mondo.
La copertina di A Hard Day’s Night ha una storia a parte. In quell’anno i Beatles sottoscrivono un contratto con la United Artists per il film-documentario “Beatlemania”, diretto dal giovane Richard Lester, che racconta al mondo la frenetica giornata tipo della band.
A Hard Day’s Night sarà il successivo e definitivo titolo della pellicola grazie ad una splendida canzone di John Lennon composta durante le riprese.
La copertina di questo LP è suddivisa in venti riquadri che ritraggono i volti di John, Paul, George e Ringo in espressioni le più diverse: dal divertito all’annoiato, dal buffonesco al pensieroso. Guardandola si ha l’immediata impressione di avere davanti segmenti di una pellicola fotografica o…cinematografica appunto!
Un’eccellente trovata per pubblicizzare l’imminente uscita nelle sale dell’omonimo film alla cui prima assisterà, tra i tanti, la regina Elisabetta II in persona!
Ci eravamo lasciati parlando della prima fatica cinematografica dei quattro di Liverpool. Dopo 7 mesi dal loro primo numero uno negli Stati Uniti per i Beatles è ormai tempo di organizzare la prima vera tournée in America. Si tratta della più importante, più famosa e forse più celebrata tournée dei Beatles; se si considerano il numero di date, i quotidiani spostamenti da una parte all’altra del continente, essa ha dell’incredibile: dal 19 agosto al 20 settembre 1964 i quattro

suonarono 27 volte, da San Francisco a Seattle, dal Canada a Denver, da Cincinnati a New York; e poi ancora Cleveland, New Orleans, Indianapolis, Philadelphia, Kansas City, Baltimora, Dallas, insomma un vero tour de force. Ottobre si apre con un mini tour inglese; iniziano anche lavori per il loro quarto album Beatles for Sale, “The fourth by the Four” come fu definito.
Il titolo un po’ ironico rispecchiava il momento commerciale e commercializzato della band: si vendeva tutto ciò che aveva a che fare direttamente o indirettamente con i Beatles, dagli strumenti alle parrucche, dagli stivaletti ai vestiti, dalle patatine alle gomme da masticare Ringo Roll; un businnes impressionante che fruttò negli Stati Uniti, già da allora maniaci per i gadgets, 150 milioni di dollari. E siamo nel 1964! Questo lp un po’ meno da classifica, raggiunse comunque il numero uno; ne ricordiamo un brano, Eight Days A Week, e un singolo che lo precedette, I Feel Fine e che furono gli ennesimi mattoncini nella muraglia di numeri uno dei Beatles. La copertina di ‘For Sale’ evidenzia in maniera più che mai realistica, quasi decadente nelle espressioni di Lennon, McCartney, Harrison e Starr, lo stato d’animo del gruppo verso la fine di quell’anno. Due lp, quattro singoli, una tournée inglese, un megatour americano e un film: tutto in dieci mesi scarsi. Beatles For Sale esce il 4 dicembre 1964; i Beatles andarono in giro per l’Inghilterra una ventina di giorni per la necessaria (??) promozione. Se la storia dei Beatles finisse a questo punto li ricorderemmo come ricordiamo Kinks, Cream, Manfred Mann: gruppi storici che durano un paio d’anni e lasciano il segno. Per loro però non andò così. Il 1965 si apre con 16 date all’Odeon Theatre di Londra. I quattro poi si chiuderanno nello storico Studio 2 di Abbey Road per iniziare la lavorazione del loro primo singolo dell’anno, destinato, manco a dirlo, ad arrivare numero uno in Inghilterra, Francia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Olanda, Australia, Canada e Filippine: la canzone preferita da Noel Gallagher, il primo esempio di hard rock secondo John Lennon, la prima composizione a superare la barriera dei tre minuti, 750.000 copie su prenotazione: Ticket To Ride. Ticket To Ride fu anche la prima canzone a cui i Beatles lavorarono, la prima delle 14 che poi andranno a costituire il loro nuovo lp, il quinto della loro carriera, preceduto di quindici giorni dal singolo omonimo: Help! Help! sarà anche il titolo del loro secondo film, anche questo diretto da Dick Lester; Help! sarà anche l’unico album che conterrà tre tra i più celebri numeri uno del quartetto,

Help! Ticket To Ride e Yesterday. Insieme ad A Hard Day’s Night è l’unico vero pop album dei quattro, meno all’avanguardia, ma assolutamente al passo coi tempi: un album rock ’65 con due chitarre, basso, batteria e l’immancabile organo Hammond. Contiene una perla:Yesterday. Sulla copertina di Help molte cose sono state dette. L’album ritrae i Beatles durante le riprese dell’omonimo film, con tenute da sci mentre fanno strani movimenti con le braccia: si è detto che John, Paul, George e Ringo mimino proprio la parola help, o la parola n.j.u.v., altri ritengono tali movimenti segnali tratti dal codice della navigazione. Chi vi scrive, sinceramente non vuole avere un’idea precisa sul significato di quelle posizioni, per altro mai svelato dai protagonisti. Lascio a voi valutare la più strana delle interpretazioni: anagrammando la parola help, trasformando il punto esclamativo in 1 e, secondo la numerologia, in a, viene fuori la parola ALEPH, la prima lettera dell’alfabeto ebraico. L’album esce il 6 Agosto 1965 assieme al film, alla cui prima mondiale, presenzierà l’ormai di casa Queen Elizabeth II. Il 1965 è l’anno della prima vera tournée europea. I Beatles tra giugno e luglio suoneranno per la prima volta in Spagna e Italia, torneranno in Francia e ad agosto avrà inizio il loro secondo tour statunitense: dal 15 al 31 i quattro suoneranno 11 volte. In questa seconda tournée i Beatles non si esibirono nei teatri e nelle convention halls dell’anno precedente, ma nei grandissimi stadi da baseball statunitensi: il 15 agosto 1965 allo Shea Stadium di New York c’erano 60.000 persone. La regola dei due album all’anno non poteva essere derogata; i tempi stringevano. I Beatles lavoreranno tra settembre e novembre al loro sesto lp: Rubber Soul.

Questo lp rappresenta la vera prima svolta nella carriera dei quattro: il primo album pensato come un album, e non come una semplice raccolta di pezzi. “Era il primo album a presentare i nuovi Beatles” disse il loro produttore George Martin; un album pensato come una forma d’arte a sé, un’entità unica. Nell’album ricordiamo In My Life - votata dal pubblico inglese come la più bella canzone di tutti i tempi - Michelle, Girl. Rubber Soul uscirà il 3 dicembre 1965 assieme al nuovo singolo. Un doppio lato A per non influenzare gli ascoltatori considerato l’alto valore dei due brani: Day Tripper/We Can Work It Out o, se volete, We Can Work It Out/Day Tripper. La copertina di Rubber Soul nasce da una foto di Robert Freeman, celebre fotografo della band: ci presenta i Beatles disposti a semicerchio. L’effetto è quello di una foto piegata sugli angoli laterali, una sorta di “ beatles-riflessi-nell’acqua”. Il 1965 fu l’anno in cui i Beatles furono sistematicamente al servizio di televisioni, stadi, teatri e macchine da presa: l’arte continuò comunque a vivere tra i microsolchi dei loro vinili ma fu più timida, quasi assente, nelle loro copertine. Gli anni che verranno, con la fine delle tournée, saranno i più intensi dal punto di vista artistico dell’intera carriera del gruppo, forse dell’intera storia della musica popolare moderna.
E' il 1966. Senza dubbio il più produttivo di tutta la carriera dei quattro scarafaggi di Liverpool.
Questo preziosissimo anno per i Beatles fu il più prolifico in senso assoluto e totale sia per la produzione discografica che per quella filmica che per quella, ovviamente, grafica delle loro copertine.
In Agosto esce nei negozi di tutto il mondo di lingua anglosassone, Giappone ed Europa, il settimo lp dei Beatles: Revolver. Assolutamente unico e geniale per la molteplicità di stili presenti nonchè per l'alta qualità delle registrazioni (fantascientifiche per l'epoca e tutt'ora attualissime) e, non ultimo per la assoluta unicità dei brani, ognuno dei quali assolutamente innovativo ed easy allo stesso tempo: Revolver può essere definito, con una piccola forzatura che spero mi sarà perdonata, il primo "melting pot" della discografia mondiale.

Revolver è il primo disco in cui compaiono tre brani di George Harrison, e tutti e tre, per la prima volta, non brillano di luce riflessa dalle stelle Lennon e McCartney; c'è un brano cantato da Ringo Starr, forse la più famosa filastrocca per i bambini inglesi di tutti i tempi, non che futuro titolo di un apprezzatissimo cartone animato, Yellow Submarine; un autentico capolavoro barocco di McCartney accompagnato da un quartetto d'archi che è Eleanor Rigby; un geniale esperimento di musica psichedelica (quella in senso proprio verrà l'anno successivo) che è Tomorrow Never Knows, dalla quale molte band, una su tutte i Chemical Brothers, hanno tratto linfa vitale e ne hanno assunto lo stile come modello per i loro album.
Se in più aggiungiamo la musica indian-pop di Love You To e il rock psichedelico di She Said She Said ecco che abbiamo davanti a noi spiegata la ragione del "...miglior album della storia della musica inglese" secondo molte riviste specializzate.
In una di queste riviste specializzate, per l'esattezza "Q", si scrive (cito testualmente) :"...the great thing of the '60s was that they were, well, so '60s, then 1966 was the most '60s of years....", e prosegue affermando che i Beatles non potevano che creare Revolver nel 66, in quanto disco più '60s....il gioco può continuare all'infinito ma il concetto è abbastanza chiaro.
Veniamo alla copertina.
L'autore di questo splendido disegno, a china credo, è Klaus Voorman, amico di vecchia data dei Beatles sin dai tempi di Amburgo, in futuro lavorerà come bassista accanto a George Harrison e Bob Dylan nel concerto per il Bangladesh e, soprattutto suonerà sul primo disco di Lennon da solista: Imagine.
La copertina ritrae i volti dei Beatles, stilizzati dalla china di Voorman, due in primo piano, John e George, uno di profilo, Paul e uno di tre quarti, Ringo.
Nel successivo articolo, forse avremo modo di accennare a quella leggenda che Paul McCartney fosse morto in un incidente stradale, proprio nel 1966, e che gli altri tre si divertissero a far intuire ai loro fans la verità sul poveretto attraverso messaggi più o meno chiari sui loro lp; bhè questi malati nullafacenti in cerca di celebrità sulle spalle della celebrità altrui sostengono che il primo di questi indizi sia proprio il fatto che Paul è l'unico di profilo nella copertina di Revolver.!
Tornando all'analisi della copertina, tra i due volti in alto, quello di John e quello di Paul, troviamo un patch-work di immagini dei quattro prese da altre copertine, sessions, live ecc, che formano quasi una cascata che si riversa tra Lennon e McCartney e si infrange tra le due teste in basso, quella di George e Ringo.
Un significato, voluto o meno, non so se ci sia in questa immagine ma sicuramente un nesso tra questa copertina e gli eventi di quell'anno c'è.
Il 1966 è l'anno in cui i Beatles interrompono la loro attività live; le ragioni furono molteplici e sarebbe difficile, qui, elencarle tutte; fatto sta che il 29 Agosto 1966 i Beatles si esibirono dal vivo per l'ultima volta al Candlestick Park di San Francisco. Ormai i loro concerti non sono che una parodia di loro stessi; la gente và a vederli e non ad ascoltarli; è appagata anche dal solo spettacolo visivo e per una band che fa rock questo sicuramente non è il primo tra gli obiettivi.
John Lennon, sarcasticamente dirà:"Se avessimo mandato sul palco quattro manichini vestiti come noi, con quattro parrucche la gente non se ne sarebbe neppure accorta!". Indubbiamente ciò non era accettabile per un gruppo che aveva appunto, un lp come Revolver nei negozi.
La copertina di Revolver con questa immaginaria cascata di immagini dei Beatles pre-'66, forse annuncia al mondo quello che il mondo avrebbe saputo di lì ad una ventina di giorni: i Beatles come li vedete voi, i Beatles che fanno urlare, piangere, i Beatles dal vivo, i Beatles icona tutti e quattro uguali, con i loro vestiti, i loro sorrisi non ci sono più! Ecco i nuovi Beatles con l'immaginazione al potere: chiusi in studio a creare e a registrare il loro famoso "secondo periodo", quello più introspettivo, più psichedelico, più artistico, con tutti i pro e i contro di chi decide, consapevolmente o meno, di fare arte; ecco i Beatles con i capelli più lunghi (solo qualche centimetro in realtà...), più seri, più artisti a 360 gradi, ecco Revolver, la pistola che uccide i vecchi Beatles e dà vita ai nuovi, la cosa che gira (revolver) per antonomasia, il disco, il prodotto più importante per una band, il prodotto più alto di questa band.
Il 1967 si apre con un dicembre-gennaio un po’ in sordina per John Paul Gorge e Ringo. Era il primo inverno dopo sei consecutivi, trascorso agli Abbey Road Studios senza lo ‘strazio’ (George Harrison n.d.a.) degli spettacoli dal vivo, Christmas Show, mega tour americani e via dicendo.
Lennon torna ad Abbey Road, apprestandosi a chiudere il suo 4 anno di ‘carriera’: 7 album che in 3 soli anni, hanno fatto record di vendite, creato una moda e adesso era pronto a guidarla attraverso la fase decadente della Swinging London; il tutto senza strapazzi, dolcemente, da Help! a Tomorrow Never Knows in 12 mesi.
Con la chiusura delle esibizioni dal vivo, durante un ‘meritato’ riposo dalla ‘palestra’ dei live in tutto il mondo, dalla Germania alle Filippine, John si concede anche un film: ‘How I won the war’ è una divertente pellicola di Richard Lester, dove John interpreta il ruolo di un ‘soldato’ alla ‘armata brancaleone’.
L’inverno tra il 66 e il 67 ha qualcosa di magico; il cambiamento di stile nella composizione e nell’approccio alla registrazione sono completamente nuovi: quello che in ‘Revolver’ era stato appena lasciato intuire, come una meta o un punto di arrivo, adesso si stava delineando all’orizzonte. Mille sono le idee per fare qualcosa di veramente ‘nuovo’ e rispondere a Brian Wilson dei Beach Boys che aveva appena sfornato ‘Pet Sounds’, lui dice ‘in risposta a Revolver’.
Le canzoni che si suonano ad Abbey Road in quel freddo novembre sono una di Paul e una di John.
McCartney ha gia un’idea chiara su quello che sarà il tema del prossimo Lp: si parlerà dei luoghi d’infanzia, di Liverpool, della fantasia, quella allo stato puro di un John che era ‘Winnie’ per l’amico Pete Shotton di Liverpool 8, e di Paul, uno che sapeva accordare la chitarra e conosceva i testi rock’n’ roll.
E’ proprio in questo periodo che Lennon mette un le parole ad una melodia che per i maniaci, come chi vi scrive, sa già essere nella mente di John da almeno 3 anni; su alcuni filmati tagliati di ‘A hard day’s night’ infatti, John suona una ‘diamonica’ (quella con la cannula per soffiarci e la tastierina collegata per chi ha fatto musica alle medie e non amava l’Aulos),e improvvisa quello che è chairissimamente l’intro di ‘Strawberry fields forever’. Esistono anche alcuni nastri che la testimoniano in gestazione gia nei primi mesi del 1966.
Strawberry Fields è un ex orfanotrofio, un luogo di giochi del piccolo John, e probabilmente uno di quei posti immaginari che ognuno di noi ha avuto: l’oscurità di un parco la sera, un viale che immaginavamo portasse chissà dove finchè non ci siamo andati per la prima volta con le nostre gambe. ‘Lascia che ti porti con me perché ci sto andando, ed è un posto dove nulla è reale’: il ‘There’s a place’ di quattro anni prima, la mente dove non c’è spazio e tempo quando ci si sente ‘low’. Strawberry Fields è dove non si avverte il peso di essere qualcuno (‘…it’s getting hard to be someone…’); era solo di pochi mesi prima infatti la dichiarazione, distorta ed estrapolata da un contesto più ampio, in cui Lennon asserisce che i Beatles sono più famosi di Gesù Cristo scatenando le ire di tutta l’America benpensante: la CIA al solito aprì un fascicolo, il Khu Klux Klan, non pago di avercela coi neri ce l’aveva pure coi Beatles ‘miscredenti’.
Paul in risposta a questo autentico capolavoro ne compone uno altrettanto grande, che rese impossibile la scelta tra quale dei due sarebbe stato il lato A del primo singolo del 1967: si trattava di Penny Lane. A febbraio di quell’anno uscirà l’ennesimo capolavoro della musica contemporanea a firma Lennon/McCartney; ed è come una bomba per chi, pochi mesi prima aveva visto i Beatles al Candlestick Park di San Francisco, che svogliati suonavano ‘I wanna be your man’ avendo un disco come Revolver in classifica. Nel 1966 Eleanor Rigby con 60000 che strillano era irriproducibile e ridicolo.
Strawberry Fields e Penny Lane rappresentano l’equilibrio perfetto fra due stili di composizione, immensamente diversi ma allo stesso tempo divinamente compatibili.
Nel lato A la canzone, arrangiata nel modo più inglese, gonfia d'archi e ottoni con un basso che scende sullo stile di ‘Football’s coming home’, padre di tutte le ‘Charmless Man’ e figlia di ‘God Only Knows’ ad essere malvolentieri onesti. Lato A,ancora, la genialità nuda e cruda accompagnata da un mellotron, due batterie, piatti al contrario e due versioni diverse incollate ad un minuto esatto dall’inizio, sono gli ingredienti di questo singolo. Era il 17 febbraio 1967.
Nel promo di Penny Lane i Beatles prima sono ripresi che passeggiano per le vie di Liverpool passando per l’omonimo ‘rondò’. Poi la scena cambia e li vediamo, a cavallo, nel ruolo che più gli spetta: baronetti nella loro città, moderni cavallerizzi portatori di una nuova civiltà e una nuova cultura musicale tra la loro gente.
John, Paul, George e Ringo sono lì a renderle omaggio e a presentarla al mondo; un audio / video che la condannano a meta turistica per l’eternità. Nello stile di ‘Go Let It Out’(che è nello stile di Penny Lane!), i Beatles sono filmati mentre siedono ad un tavolo imbandito con tanto di candelabri e tazze pronte, per un the pomeridiano nel bel mezzo di un giardino. Ad un certo punto arrivano dei camerieri con parrucche boccolate, tutti in perfetto stile vittoriano e offrono ai quattro baronetti, un basso ‘Hofner’ e due Epiphone Casino in luogo del tea: la magia è fatta. John Paul Gorge e Ringo ribaltano il tavolo e ritornano al loro ruolo suonando e cantando Penny Lane.
Anche qui, a parere di chi scrive, un’altra icona, inconsapevolmente o meno, è stata creata: chitarre, prato, aristocrazia sfrontata, abbigliamento, gli occhiali di John per la prima volta, insomma tutto ciò di cui io, tu che leggi, loro, consapevolmente o meno, siamo intimamente impregnati.
Fa sorridere il fatto che furono in molti, tra la stampa, sul finire del ’66, a parlare di un imminente scioglimento per i Beatles, preannunciato dalla fine delle tournee, e dalla lunga attesa discografica sinonimo per riempitori di righe a getto continuo, di ‘mancanza di idee per Lennon e McCartney’. Mai andarono così d’accordo John e Paul come durante le registrazioni di quell’album tanto che John ricorderà questo periodo in un’intervista, come uno di quelli in cui si è divertito di più. Si sente dall’affetto dei suoi cori sui pezzi di Paul, una costante che solo alcuni ‘malati’ ascoltatori vedranno scomparire negli album successivi. Il 1967 è l’ultimo anno per dove ci sono John & Paul, poi saranno John Lennon e Paul McCartney fino alla fine.
Il 1° Giugno del 1967 nei negozi di tutto il mondo ‘appare’ il risultato di sei mesi (!!!!!) di lavoro: Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band. L’uscita dell’album rappresenta senza dubbio un evento culturale di dimensioni enormi. Lo stesso Hendrix suonerà al Saville Theatre di Londra, la sua versione di Sgt. Pepper’s tre giorni dopo; era la sera del 4 Giugno 1967, e in platea, in quel teatro, c’erano ad ascoltarlo proprio loro, ‘John & Paul’.
Per alcuni, e forse anche per il sottoscritto,

musicalmente parlando ‘Sgt. Pepper’s’ non raggiunge il precedente ‘Revolver’ davvero per una questione di milionesimi di punto, ma senz’altro rappresenta il miglior prodotto per quello che fu, ed è tuttora, la tecnica di registrazione di casa EMI e il miglior lavoro svolto dal trio Lennon McCartney Martin (Gorge Martin, produttore dei Beatles n.d.a.) in senso assoluto.
La copertina dell’album fa quasi da contr’altare alla precedente in bianco nero a carboncino di Revolver; è coloratissima e rappresenta un’affollatissima ‘foto di gruppo’, da ‘compagnia teatrale in posa’ su un prato fiorito fatto di scritte Beatles e marijuana. Chi posa per l’obiettivo di Andrew Blake, autore della copertina, sono per l’esattezza 87 tra personaggi noti e non, che in un certo qual modo hanno rappresentato e rappresentano i Beatles, i loro gusti, e tutti il ‘900 in generale.
Ci sono un po’ tutti, come in una foto di classe, sono i protagonisti dello spettacolo della banda di Sgt. Pepper: Fred Astaire, Edgar Allan Poe, Dylan e Marx, da Lewis Carroll a Marylin Monroe passando anche per il povero, meno noto Stuart Sutcliffe, primo bassista dei Beatles, e grande amico di John scomparso nel 1962.
Cercando ci troviamo i simboli di una generazione cresciuta col beat, maturata nella ‘summer of love’ oramai alle porte e pronta ad una consapevolezza che maturerà negli anni a venire: la marijuana, Gorge Bernard Shaw. Ci sono anche John, Paul, Gorge e Ringo di cera, già famosi da essere pezzi da museo tra i rari ancora in vita, almeno fino a qualche tempo fa. Sono in giacca e cravatta e sono stanchi da anni in giro per il mondo; il Paul di cera quasi idealmente ‘consola’ Ringo in questo altrettanto ideale passaggio di testimone dai vecchi Beatles alla Banda dei Cuori Solitari del Sgt. Pepper!
Sgt. Pepper’s è una sorta di ‘The Beatles Live at….YOUR HOME!’ quasi a compensare l’assenza dei Beatles dai teatri e dagli stadi ormai senza ritorno.
C’è un brusio assordante nella vostra camera appena appoggiate la puntina del vostro giradischi sulla prima traccia del vinile...la gente bisbiglia in un tipico brusio da teatro come quando l’aria è elettrica e si stanno spegnendo le luci; l’orchestra che prova gli strumenti ne è la prova, ci siamo!
Paul McCartney rompe questo silenzio, rauco e splendido come mai, riportando il rock ai Beatles e i Beatles al rock: ‘It was twenty years ago today, Sgt. Pepper thought the band to play’. Sono loro, sono i nuovi Beatles, sono maturi con tanto di baffi e occhiali. Ci sono gli ottoni e la grancassa che introducono, dopo la presentazione di Paul, lo stonato Billy Shears, Ringo, acclamato da un boato, preso direttamente dal concerto dei Beatles all’Hollywood Bowl di 2 anni prima.
I nuovi Beatles sono lontani anni luce da quelli che appena nove mesi prima, a San Francisco, svogliati, cantavano ‘I wanna be your man’ avendo un disco come Revolver in classifica. La ‘Banda del Sgt. Pepper’s’ ci delizia con atmosfere da circo, in perfetto stile Barrett in Mr Kite, passando per amori metropolitani che durano una giornata, forse qualche ora in Lovely Rita e ancora, ci danno lezioni di filosofia con in cattedra il ventiquattrenne George Harrison nella splendida ‘Within you without you’. (chi ha pensato U2 può risparmiarsi di leggere il seguito sulle copertine successive!).
Siamo all’ultimo pezzo, lo spettacolo sta per finire ma c’è ancora posto per ‘A day in the life’ in cui si racconta dei primi martiri per ‘overdose da dolce-vita’ in una swinging London in decadenza e piena di eccessi: l’incidente di cui si parla è quello di Tara Browne, rampollo e futuro erede del patrimonio Guinness (quello della birra, n.d.a.), scomparso tragicamente nel 1966. Come in ogni spettacolo che si rispetti, alla fine di questo immenso prodotto artistico, i Beatles concedono anche un bis, una Sgt. Reprise per così dire.
In tutto l’album il sentimento che si respira è amore: amore mai avuto dalla ragazza di She’s Leaving Home, amore chiesto amabilmente da un dolcissimo Ringo ai suoi amici per compensare il fatto che forse canterà un po’ ‘out of tune’ in ‘With a little help from my friends’; e ancora amore si cerca in When I’m 64’, quello certo, inossidabile, quello che dura nel tempo, quando i capelli da Beatles non ci saranno più e Paul avrà bisogno di compagnia. Non credo che a 25 anni, amico di John di Lucy In The Sky With Diamonds, Paul pensasse esattamente ad una modella di quasi 30 anni piu giovane che va in giro per il mondo senza una gamba a parlare di pellicce di cani piuttosto che portarsi Paul a parlare dell’Iran, o di Bush, ma questa è un’altra storia, di un’altra coppia.
‘All you need is love’è nell’aria; sarà trasmessa in mondovisione, per la prima volta via satellite, solo 25 giorni dopo.
Sgt. Pepper’s è il primo Lp dei Beatles con i testi riportati sull’album e per l’esattezza sul retro: questo forse stava proprio ad indicare, per la prima volta, una consapevolezza come autori e non più solo come compositori di ottima musica. Questo album rappresenta, a parer di chi vi scrive, l’ultimo grande prodotto del marchio Beatles inteso come ‘T allungata’ sulla batteria, come John & Paul, come prodotto delle menti associate di tutti i membri della squadra. Sicuramente i Beatles che escono da Sgt. Pepper’s sono creativi, intelligenti, coraggiosi, pieni di inventiva e composero un’opera di assoluto valore, versatilità e soprattutto accessibilità a tutti.
Il messaggio del disco? ‘I’d love to turn you on’. Ci siete riusciti ragazzi!
Facendo un salutare salto indietro di 38 anni, proviamo a tornare direttamente in quei primi mesi del 1968 in cui i Beatles erano diventati davvero una cosa nuova.
Quando si parla di geni come Mozart, Dante Alighieri, Oscar Wilde o Woody Allen, le svolte sono sempre viste, col senno di poi, come delle ‘evoluzioni’. Nel caso dei Beatles, a parer mio, il 1968 ha segnato sì, una svolta per i singoli quattro geni, ma un’involuzione per il marchio Beatles inteso come prodotto di un unico animale a quattro teste.
Il 1968, per i Beatles, è l’anno in cui la loro produzione musicale risente inevitabilmente del fatto che quei quattro ragazzi, (George Harrison doveva ancora compiere 25 anni), improvvisamente non avevano più un manager (Brian Epstein era morto nell’agosto del ’67 ) e si ritrovarono improvvisamente ‘cresciuti’, spesso consigliati dalle rispettive compagne Yoko, Maureen, Pattie e Linda, ancor più spesso desiderosi di fare esperienze musicali al di fuori del contesto Beatles.
Liberi dalle tourné i quattro avevano tutto il tempo a loro disposizione e non sentivano più la pressione di dover realizzare due Lp e quattro singoli all’anno. Il contratto con la Emi era stato modificato e lo stesso George Harrison racconta di aver guadagnato più con il White Album e Abbey Road che con i nove album precedenti messi insieme.
Forse, inconsapevolmente, quando si svegliarono il 1° gennaio 1968 i Nostri si sentivano un po’ meno Beatles e un po’ più John, Paul, George e Ringo; un po’ meno Fab e un po’ più Four.
Il tutto credo all’inizio senza consapevolezza, senza astio, senza quella cattiveria che viene loro cucita addosso dagli amanti del ‘sogno Beatles’ ad oltranza; quelli che vedono i capelli lunghi di John come un sacrilegio, gli occhiali rotondi come una deroga alla divisa o Yoko Ono come un cancro che si insinua nel paese delle meraviglie mangiandone un pezzettino ogni giorno.
Spesso si dimentica l’evoluzione naturale delle persone, la crescita come individui, la normale voglia di conoscere il mondo abbandonando quella sicurezza, quel cameratismo ininterrotto che dal 1960, per otto anni, aveva regnato, sotto il comando di Brian Epstein.
A George l’India piaceva davvero, e un disco dei Beatles era un contenitore troppo stretto per accogliere quello che troverà spazio in Wonderwall Music. A John piaceva tutto quello che piace a una ragazza della quale si è innamorati, magari più grande di lui, magari già artista prima di lui. Yoko Ono a malapena conosceva i Beatles e questo senz’altro agli occhi di un ragazzo come John Lennon, la rendeva unica. Una donna ideale, da conquistare e non già tua perché sei John Lennon.
Ringo rimase, in questa fase, inevitabilmente, ‘solamente’ un ottimo batterista che aspettava di suonare le sue parti e Paul fu l’unico a essere rimasto beatle-paul, insoddisfatto come chi in un storia d’amore cerca di salvarla portando alla memoria i fasti dei primi sguardi, del primo arrossire, in un momento dove lei ti tradisce perché non ti trova più interessante. Fu tutto totalmente inutile.
E’ in questa fase che prende vita il White Album o ‘doppio bianco’, un album che uscirà un anno e mezzo dopo Magical Mystery Tour e presenterà al mondo dei Beatles già divisi, già ognuno per la sua strada.
Quello che si trova nei negozi di dischi il 22 novembre 1968 e un album doppio, pesante, carico di foto e poster allegato ma totalmente anonimo; sì perché il suo titolo, semplicemente ‘The Beatles’, non è scritto da nessuna parte se non in rilievo su una copertina completamente bianca. Siamo agli opposti rispetto a Sgt. Pepper’s. All’interno, per la prima volta, i quattro sono ritratti separatamente quasi a voler ritagliarsi ognuno il suo spazio di co-protagonista dell’opera.
Le sessions del doppio bianco si svolsero in modo del tutto inconsueto rispetto al passato con McCartney, spesso,

nel ruolo di maestro di batteria, e Ringo Starr che durante le sedute di Back In The USSR abbandona Abbey Road indispettito. La canzone sarà terminata dagli altri tre con Paul alla batteria. Le registrazioni dell’album vedono anche l’intensificarsi della presenza sempre più massiccia in studio di Yoko Ono; la cosa indispettì non poco gli altri tre che vedevano inutile e ingiustificata la presenza della ragazza di John durante le sessions. Fu per questo motivo che George pensò bene di portare, quasi per ripicca, un suo amico, Eric Clapton, in studio per registrare While My Guitar Gently Weeps.
Il mondo non si accorse di quello che stava accadendo perché i Beatles a giugno, con l’uscita del cartone animato Yellow Submarine, diedero un’immagine di sé totalmente gioiosa, unita. Sembrano ancora affiatati tra loro come due anni prima. Il singolo che poi uscirà ad agosto dello stesso anno fu la prova del fatto che la genialità compositiva non fu assolutamente compromessa dalle tensioni che via via andavano nascendo all’interno della band. La battaglia per chi, tra John e Paul, dovesse aggiudicarsi il lato A di quel singolo fu durissima; la spuntò Paul con merito. Hey Jude era una canzone ‘perfetta’, un ritorno alle origini. Dopo le sperimentazioni di Pepper e Magical Mystery Tour i beatles tornavano ad una semplice ballata, Paul che si accompagna al piano, chitarra acustica, basso e batteria. Niente è più vincente e immortale della semplicità di una ballata malinconica che esplode alla fine con un coro che divenne subito l’inno di una intera generazione. Revolution, di John, fu il lato B di questo singolo assolutamente ineguagliabile paragonabile forse solo a Strawberry Fields / Penny Lane.
Criticato da chi la rivoluzione voleva farla davvero, Lennon spiega chiaramente in Revolution che i cambiamenti sono da farsi ma senza violenza (minds that hate) perché a quella rivoluzione lui non crede (don’t you know that you can count me out), e nulla potrà essere risolto se non da dentro, dall’interno (we’d all love to see the plans / we are doing what we can); sicuramente un esempio di ‘riformismo’ lennoniano contro un metodo più di movimento, di azione e di scontro che in quel periodo era il più in voga.
Torniamo al White Album. Come mai i Beatles scelsero di fare un disco doppio, e non uno singolo? Come mai 30 canzoni e non quattordici / sedici come i primi tempi? Perché tante composizioni che in un lavoro ‘perfetto’ come Revolver sarebbero state scartate, ora nel ‘bianco’ vengono accolte tutte come comprimarie? E soprattutto come mai una copertina completamente bianca, senza titolo tant’è che ‘white album’ o ‘doppio bianco’ furono nomi dati dopo l’uscita per identificare e meglio distinguere un album che semplicemente si intitolava ‘The Beatles’?
Forse la risposta a tutte queste domande è proprio tra le righe di Revoultion. Una rivoluzione sana, giusta, produttiva di effetti può essere efficace solo ad opera del singolo senza l’appartenenza a nessun gruppo, struttura, marchio o nome (Chairman Mao, Beatles, Emi, John&Paul, ecc). la rivoluzione che ha in mente John Lennon e che inevitabilmente si respira in tutta l’opera del White Album è totalmente individualista. Per la prima volta ci sono canzoni solo di Lennon con uno stile che poi sarà il suo anche nella carriera solista (Sexy Sadie, Dear Prudence), o solo di Mc Cartney (Mother Nature’s Son, Blackbird, Honey Pie). Per questa totale assenza di band come finora erano stati i Beatles è impossibile creare una copertina che rappresenti qualcosa che non esiste più. Quale miglior modo per rappresentare il nulla di una copertina bianca alla quale ognuno può dare il significato che preferisce? Nel doppio bianco non ci sono più i Fab Four ma John col suo gruppo, Paul col suo gruppo, George col suo gruppo.
Ci vollero otto mesi per registrare quello che per alcuni è il punto più alto mai raggiunto nella carriera dei quattro ma a parere di chi vi scrive, altro non è che la prova generale dello scioglimento, il test per vedere quanto ognuno è in grado di fare da solo senza l’aiuto dell’altro. Molteplici sono le sessions che vengono fatte da Paul e Ringo da soli mentre George nell’altro studio registra cose sue, o da George e John mentre Paul è in un altro studio a fare Blackbird. Questi erano i palesi sintomi di una coabitazione che ormai stava stretta a tutti e quattro. (continua...)
Antonello Ripepi