A Perfect Day

Svegliarsi con Lou Reed non era così male. Cioè non proprio lui in persona. La sveglia era sintonizzata su Radio Rosa, “la radio che fa sorridere ogni cosa”. Slogan idiota per una frequenza melensa. L’aveva impostata Giulia prima di andarsene e Giorgio aveva litigato con la tecnologia molto prima che con lei. Già si immaginava Lou che, il lenzuolo che gli fasciava il culo, cercando gli occhiali sul comodino, senza neanche guardarlo, la testa tra le mani per la sbronza della sera prima, gli diceva: “Take me a coffee”, aggiungendoci un soon, invece del classico “please”. Comunque Lou stava soltanto cantando con una decina di colleghi per la solita colletta autopromozionale travestita da aiuto umanitario.
Al piano di sotto continuavano i lavori in corso. Martellate. Betoniere e calcinacci. Polvere e mattoni rossi. Le scale piene di terra rossa. Sembrava di stare al Roland Garros.
Mise a terra prima il piede sinistro, come gli accadeva sempre. Toccò con l’alluce le ciabatte rosse. “Strano”, pensò con la solita flemma. Non erano perfettamente allineate. Non erano parallele. Come aveva fatto a dormire sonni tranquilli con quell’obbrobrio proprio sotto le lenzuola? Certe cose non dovevano capitare. Si passò tre volte la mano sinistra tra i capelli radi e contò quanti ne erano caduti sulla federa. Se il numero era dispari sarebbe stata una buona giornata. “Tre”. Si dette un five d’incoraggiamento.
Si lisciò la barba. Si sistemò il pacco, che la mattina era gonfio. Guardò i cristalli liquidi. 7:48. Con un rapido conteggio: “Sette più quattro più otto: diciannove, uno più nove: dieci, uno più zero: uno”. Ancora dispari. Un piede dietro l’altro all’interno delle mattonelle del soggiorno facendo attenzione a non sfiorare le linee di divisione. Tre wafer a colazione e tre sorsi d’aranciata. Tutto stava scorrendo liscio e tranquillo. Senza intoppi nei suoi calcoli. Era bella la vita. Rimise a posto la tazza con estrema cura dentro l’acquaio. Richiuse e ripose i wafer.
Andò in bagno. Controllare le sopracciglia. Tirarle, tre volte a destra e tre a sinistra. Contare quelle cadute. “Una mattina fortunata”, gli venne da pensare. Strofinò l’indice ed il pollice e contò i peletti morti nel lavandino. Porcellana e acari. “Uno, due, tre, …sette”. Tardelli dopo il gol Mundial.
Era forse quello il giorno perfetto? Pulì tre volte le scarpa di pelle nera. Annusò una volta ogni calzino. Segno della croce. Mani a controllare i gemelli di famiglia. Dita incrociate. Toccando ferro. Finì di allacciarsi la camicia. Pulì con il cattura polvere la giacca. Anni di calcoli e congetture, algebriche equazioni, incognite. Il rebus andava dipanandosi. I numeri gli erano amici. E lui che aveva creduto il contrario.
Si toccò la punta del naso. Quel gesto usciva completamente dagli schemi prefissati della mattina. “Qui mi va a puttane tutta la combinazione fortunata” disse ad alta voce. Preoccupato. Non era stato calcolato quel tocco infantile alla Bruce Lee. “Mi son distratto un attimo”. Radio Rosa ora passava Vasco quando dava sempre colpa a qualcun altro. Le ascelle cominciavano a sudargli. 8:43. Otto più quattro più tre: quindici, uno più cinque: sei. Strinse i pugni dalla rabbia. Schiumava.
Prese la decisione più drammatica. Rifare all’indietro tutti i passi che lo avevano portato alla conclusione affrettata che quello sarebbe stato il suo giorno perfetto. Senza sgarrare stavolta. Il Giorno con la maiuscola arriva una volta nella vita e devi essere pronto a saperlo riconoscerlo, fargli gli onori di casa, farlo mettere comodo sul divano di pelle. Anche se Lui ha la schiena sudata e sulla poltrona fa un flap ciancicato.
Si stava slacciando accuratamente le scarpe ormai lucide senza più motivo. Sarebbe inevitabilmente arrivato tardi a lavoro. Erano sedici anni, sette mesi e dodici giorni. Cioè da mai. Era tutto scritto nei segni disseminati come briciole di Pollicino.
Rimettere a posto la fortuna e ricominciare sperando di non aver sprecato il bonus. Per alcuni ritorna, per altri il giro è troppo ampio. La prima scarpa era sciolta. Con cura millimetrica estrasse il piede dalla scarpa sinistra. Posò il 43 vicino alla sedia. Si risedette in poltrona. Il mondo sembrava essersi fermato in attesa del ricompattarsi degli eventi. Cominciò a slacciarsi il secondo mocassino. Tirare il filo dolcemente, sentire il nodo sotto le dita che alla fine si stacca e si libera in uno sciogliersi di tiranti. Gulliver legato come un salame dai Lillipuziani. E due liberi.
Due. Simmetrico. Erano anni che non pronunciava quella parola. Tabù, onta, bestemmia. Vide due piedi, due gambe, due mani, due braccia, due orecchie, dieci dita. Tutto pari. Una lacrima corse sullo zigomo. Una sola.
Il “giorno perfetto” l’aveva abbandonato o lo aveva ingannato. Forse non esisteva neanche. Si sfilò i pantaloni. Tornò in bagno, si rilavò i denti, si rasò nuovamente. La pelle si screpolava sotto il lavoro della bilama. Sanguinava arrossato. Le guance gli bruciavano. Quel giorno perfetto stava diventando il giorno peggiore della propria vita. Si rimise a sedere e rifece colazione. Tre sorsi d’aranciata, tre wafer alla nocciola. Bevve e mangiò senza voglia. Si rimise il pigiama e tornò a letto. Le 10 e 47. “Uno più quattro più sette: dodici, uno più due: tre”. Le cose stavano tornando al loro posto. Chissà se tutto era dipeso da quelle ciabatte lasciate non parallele la sera prima.

Tommaso Chimenti

BACK