Chiamatelo Pablo Ramone. Intervista a Pablo Echaurren
Scrittore, illustratore, pittore, ceramista… un vulcano di idee e di voglia di comunicare. L’artista nato a Roma nel 1951 ha da poco aggiunto al sua sterminata produzione due nuove perle, entrambe legate alla sua “ossessione” musical/esistenziale: i Ramones. Il libro “Chiamatemi Pablo Ramone” dove si celebra la musica e la filosofia del gruppo newyorkese e la mostra, da poco conclusasi all’Auditorium di Roma, “Al ritmo dei Ramones” dove trovano spazio sue opere ispirate dalla musica di uno dei più grandi gruppi della storia del rock. L’incontro telefonico avuto alla fine di giugno ci ha fatto scoprire un personaggio estremamente disponibile e davvero unico nella sua arte e nel pensiero.
Pittore, illustratore, ma anche scrittore. Cosa significa per te comunicare attraverso le immagini e cosa comunicare con le parole?
Quello che io ho cercato di fare in una lunga e disonorata carriera è stato il tentativo di abbattere gli steccati che ci sono fra i vari generi. Fumetti, ceramica, scrittura, pittura hanno sempre avuto la ragione di entrare in contatto con prossimo, non solo dialogare con se medesimi ma parlare anche con gli altri. Penso sia necessario essere a più dimensioni, almeno secondo me.
Quando dicevo disonorata carriera, avendo scontato questo modo di essere qui in Italia, un paese imperniato sulle professionalità e sui settori separati, mi sono sempre trovato in una continua ostilità da parte di ogni settore che mi vedeva come un intruso. Allo stato attuale delle cose ho dovuto segare tante attività e lasciarmi solo pittura e scrittura.
Secondo te cosa lega così profondamente la musica all’arte?
Beh la mia predisposizione adolescenziale era quella… io volevo suonare… poi già al liceo mi sono trovato a vendere alcuni miei quadri… l’unico sogno ricorrente che ho quando dormo la notte è avere in mano il basso. E l’odore che io mi sento spesso nelle narici è l’odore di un negozio di chitarre… le resine, i legni laccati. La musica per me è un bisogno primario e nella pittura, avendo sempre della musica come sottofondo, quanto è importante non lo so ma so che l’una viene con l’altra. Comunque tutto il mio immaginario è profondamente legato alla musica.
Per molti anni hai collaborato come illustratore e fumettista, per diverse riviste e periodici. Ritieni che ancora oggi le fanzine e le pubblicazioni indipendenti siano il mezzo per fare controcultura, come al tempo facevano le fanzine punk o una certa tipologia di riviste alternative e underground?
Alcune sono le uniche cose guardabili. Io avrei voluto costruire una specie di “biblioteca di babele” che almeno per l’Italia passasse dal futurismo ad oggi attraverso il fenomeno delle fanzine. Penso che l’idea dell’autoproduzione è l’unica cosa che salva l’immaginazione all’interno dell’editoria. Un’editoria che specie nel nostro caso è in mano ai soliti noti, dove sono solo Mondadori, Einaudi Stile Libero che sembrano dover dettare la linea.
Da conoscitore della musica, ti chiediamo un tuo pensiero sulla musica indipendente oggi, se secondo te è ancora possibile diventare famosi, leggende del rock senza svendersi? Potrebbero esserci degli altri Ramones in futuro?
Non credo… i Beatles stessi non sarebbero stati i Beatles se non avessero avuto la macchina che avevano alle spalle. E i Ramones per paradosso non sono diventati quello che dovevano diventare. Sono più amati oggi che non quanto lo sono stati in vita. Non c’è dubbio che il mondo non li ha premiati per quello che erano. Io sono veramente convinto che gli anni sessanta erano i Beatles e i settanta i Ramones e invece si continuano a fare libri sui Clash che per me è una cosa insopportabile! Mi piacciono ma non li considero dei geni assoluti. Li considero effetti collaterali rispetto ai Ramones. I Ramones insegnano proprio questo, che se tu non hai quelle macchine dietro più di tanto non fai, non vai primo in classifica. Ma penso anche che le cose rimangono al di là di questo e la loro sedimentazione e l’importanza che hanno non si stabilisce in termini di vendita. Un esempio può poi venire dalla pittura, Caravaggio fino ai primi del novecento era un minore e ora è considerato il numero uno. Questo perché le cose che valgono al di là del mercato che creano e per quanto posso rimanere nascoste poi possono essere rifocalizzate e osservate con uno sguardo più interessato e più sensato.
Com’è stato dipingere e scrivere dei Ramones? Com’è nata l’esigenza di “unire” le due cose?
Io volevo fare la mostra con i pupazzetti dei Ramones, poi il curatore Bonito Oliva ha premuto più per i quadri visto che gli avevo detto che nascevano con la musica dei Ramones. Avrei fatto più una cosa da fan club… ma facendo così sono riuscito a dire che lavoro sotto “dittatura” dei Ramones visto che qualsiasi cosa io faccia è suscitato dalle “good vibration” che i loro dischi mi danno!
Nel libro parlavi del timore di conoscere realmente i Ramones. Ora hai incontrato Marky… com’è andata?
Era terrorizzante all’inizio, poi non conosco l’inglese molto bene… Avevo anche paura di sembrare uno che usurpava la fama altrui. Invece ho trovato una persona deliziosa, gentile com’è raro trovare in questo mondo. Durante l’intervista a RaiSat (che abbiamo fatto separatamente e che ho visto solo ora) Marky si dilunga a parlare dei quadri e chiede a l’intervistatore che ne vorrebbe uno… è stata un’esperienza positiva... di quelle che ti segnano e ti rimangono. Però ci tengo a dire una cosa: forse i quadri sui Ramones non li avrei mai fatti con loro dentro se non fossero morti. La morte mi pervade cose sentimento in tutte le cose che faccio, poi visto che i Ramones sono più o meno della mia classe, il fatto che tutti siano morti, e non tutti di stravizi, mi fa meditare sulla morte della nostra, della mia generazione. Una generazione che cantava “troppo duri per morire” (Too tough to die, disco e brano dei Ramones del 1984, n.d.r.) che inevitabilmente si è confrontata con questa morte. Per me la storia dei Ramones è anche questa. La mia identificazione con loro è anche nella disperazione non solo di essere stati sempre seminali e non nella hit-parade, ma anche di ritrovare in loro questo mio senso tragico di inevitabile dissipazione condito continuamente con questa estrema gioia, con questo estremo ritmo. Per paradosso “What a wonderfoul world” cantava Joey sul letto di morte…
Per concludere una domanda forse senza risposta… perché i Ramones non hanno venduto cento milioni di album?
Questo è sensazionale guarda… avranno venduto cento milioni di magliette!!! Io pensavo fosse un culto tra carbonari e invece mi accorgo che incontro sempre più gente che mi dice di aver sempre amato i Ramones! Ultimamente ha “confessato” il direttore di Rolling Stone, è venuto alla mostra Roberto D’Agostino con il figlio che indossava la maglietta dei Ramones e lui ora vuole farmi vedere assolutamente il suo chiodo… insomma ne ho trovati veramente tanti!! Sono ormai un qualcosa che va oltre, sono un fenomeno sociale!! Vorrei prima o poi fare un video sui Ramones e l’Italia e vorrei far parlare i fans proprio per dare la dimensione di questo fenomeno…
(a.p./manuela contino)
Per saperne di più: www.pabloechaurren.com