Per Sempre Giovane
1. Dalla sua Diana Blu Dura, in via Gismondi, non usciva che un fil di fumo. Qualcuno gli chiese perché fumasse. Egli rispose che era nervoso. Aveva litigato con la specchiera del n. 223, in via Simone. Amava leggere nel tempo libero Freud, Dikens, Svevo, Moravia. Il tropico del cancro di Henry Miller l’aveva sconvolto, così abituato all’amor cortese. Ma d’altra parte era un sognatore, di quelli che vivono con la testa fra le nuvole. Passava il tempo rimuginando sul senso della vita e sulle cose che davvero contano come dei figli, una moglie, una famiglia. Mica l’aveva capito quella vecchia legnosa bisbetica. E dai che insisteva con Novella 2000 e compagnia cantante. “Le donne!” sbuffò in una voluta di fumo denso e perlato. Venne assunto dal signor Ricciolidoro in una fredda mattina d’autunno, quando le foglie muoiono e cadono e con sé portano i racconti e le storie di vita di chiunque, sia pure solo per avventura, volga loro uno sguardo. Era sempre stato un tipo niente male, certo non troppo slanciato, pure un po’ tondo e con i manicotti dell’amore, ma nel complesso aveva un gran fascino, cosa che per dirla tutta faceva invidia al circondario. In aggiunta, era beneducato. Si accertava sempre di non arrecar disturbo. Chiedeva scusa, riveriva, si profondeva in rallegramenti sinceri. Dava un paio d’occhiate, tanto per saggiare l’aria. Qua un colpetto di tosse. Là un cenno di assenso. Non è che fosse granché estroverso, parlava solo se interpellato ed aveva giudizio. Mai invadente o arrogante. Quella mattina però era nervoso, per cui gli toccava di fumare. Immaginava per il suo futuro cose importanti. Voleva fare il cantante lirico o l’astronauta o il critico letterario da grande, prima ancora voleva render noto che ci aveva una coscienza e tentava, ma nessuno pareva curarsene e il tempo scorreva e scorreva, e più scorreva più egli sentiva che la sua vita era altrove. Non voleva invecchiare in quel vicolo, come la vegliarda del n. 223, nel cui riflesso aveva letto di una persona stanca affannata bisbetica, e colma all’inverosimile di un rancore denso e nero. Né voleva ridursi come il tipo del secondo villino, sin dalla nascita rassegnato a vivere dell’immagine altrui. “Forse”, comprese poi, “ho la sindrome di Peter Pan”. La notte restava spesso alzato a contemplare il cielo e nel silenzio ad ascoltare il mare. Guardava il riflesso delle stelle, Sirio, Cassiopea, Il Grande e Il Piccolo Carro o La Stella del Nord e così immaginava d’incontrare l’amore della sua vita, quasi gli pareva di vederla specchiarsi nel volto della luna e di sentirne la voce nella risacca delle onde. E stava lì a pensare. “Quando è sera”, si disse, “tutto è più bello.” Ma d’altro canto era un sognatore, di quelli che vivono con la testa fra le nuvole come il signor Ricciolidoro…
2. Quando aprì gli occhi, per quel breve istante in cui transitava dal sonno alla veglia, rifletté sul perché il signor Ricciolidoro non avesse ancora preparato la brace. Si guardò intorno. “È solito arrostire carne di porco e fette di pane di Lariano per le bruschette, a pranzo”, disse a mezza voce. Poi comprese. In quella mattina d’autunno, non troppo rigida né troppo diversa da tante altre, il signor Ricciolidoro come se nulla fosse era migrato a Occidente, verso la Terra Dei Padri, nelle ridenti vallate dei Campi Elisi, stroncato dal dolore. Nella biblioteca privata, ci aveva scovato un’invasione di tarme. Un’inspiegabile fitta alla schiena, poi al braccio sinistro lo aveva colto. Percorsi i pochi gradini che lo separavano dal pianterreno, il signor Ricciolidoro s’era trascinato in cucina per un canarino. Sperava di alleviare il senso di nausea; giunto in prossimità del corridoio, proprio di rimpetto al comò Luigi XVI – il suo preferito – aveva allo specchio rivolto il suo dolore. “Chi sono mai?”, gli aveva chiesto. Ma lo specchio russava di gusto, un filetto di bausha gli colava dalla cornice inferiore. Morì di crepacuore, pensando a La vera storia di Gervaso Pitale e Pino Minzione della quale mai in vita avrebbe conosciuto la fine. Le tarme se l’erano portata all’altro mondo.
3. Il comò Luigi XVI del piccolo disimpegno, che ogni mattina accompagnava il suo risveglio, d’improvviso parve sparire come celato dall’umido stillare di tante gocce su di un vetro appannato. Il corpo senza vita del signor Ricciolidoro giaceva ai suoi piedi, semicoperto di bava. “Piango?”, si chiese con stupore. “Davvero piango…?”, ripeté più incredulo che mai. “È dunque un fatto che ci ho la coscienza? E pure un’anima? Fino ad oggi in fondo in fondo ne dubitavo, perché sempre, in vita mia, ho vissuto nel riflesso altrui: fumavo se gli altri fumavano o portavo la cravatta se gli altri la portavano, e un cappello e un paio di guanti. Ero di cattivo umore se gli altri lo erano e sorridevo se qualcuno mi sorrideva, talvolta ringhiavo piangevo sonnecchiavo o semplicemente restavo lì a fissarmi. Alzavo un braccio se qualcuno lo alzava e magari m’infilavo un dito nel naso… Ma oggi io piango, oggi è diverso. Oggi posso decidere del mio destino, scegliere la mia sorte, assumere un’immagine tutta mia, un’immagine che mi si addica. Posso essere quello che voglio, non quello che gli altri vogliono che sia. Fare ciò che mi sento di fare, senza curarmi di niente e nessuno. Posso… essere me! E così, ricordarmi del signor Ricciolidoro come più mi piaceva, quando alla mattina riflettendo sul riflesso che di sé gli davo era solito massaggiarsi il ventre e dire ‘niente male, certo non troppo slanciato, pure un po’ tondo e con i manicotti dell’amore, ma nel complesso niente male.’ Com’era beneducato e affabile. Per cui ho deciso, mi do una lucidatina e mi passo il vetril. Del mio riflesso non rimarrà che il suo. Quello di un uomo, per sempre giovane.”
Lalle