Ci Penso Su

  1.Il giorno, lentamente, muore. Fuori è un freddo boia e nei pesanti cappotti e nelle giacche a vento nidificano i passanti; ombre su muri di cortina. Lungo le vie del centro sfrecciano, in rapida successione, corpi di lamiera e plastica; scie luminose, fuggevoli, di fari allo xeno. Li guardo sparire oltre l’onda verde dei semafori. Che sanno queste persone della mia vita? L’essere sufficientemente magri o il saper fare le fotocopie, in effetti, non migliora la considerazione ch’essi hanno di me. Nessuno di loro conosce la mia storia, del resto, e Natale è vicino e le stelline colorate adornano le vetrine dei negozi. Incorniciano le strade. Federica, a quest’ora, prepara aperitivi e mamma, a casa, ha fatto il ragù. Sono felice di avere i capelli. Sono persino in forma. Ho gli occhi blu e le scarpe alla moda. Vorrei guardare in faccia il mondo, fargli sapere che mi sento bene, che in fin dei conti non mi posso proprio lamentare e che Federica, ogni mattina, mi fa stringere il cuore. Nuvolette bianche condensano i miei pensieri, tra un respiro e l’altro, si alzano in piccole volute e si disperdono. Il grande lampadario della segreteria illumina a giorno la stanza; ma è un giorno artificiale, di quelli al neon ed io, accanto al piccolo lume di rimpetto alla finestra, rifletto. “Il vantaggio del servizio civile”, mi dico, “è che a pranzo e pure a colazione posso vedere Federica... Ma se poi morissi?” Al di là del vetro il mondo continua la sua folle corsa mentre i ferodi smaglianti degli ideali di fraternità e uguaglianza gracchiano e stridono sulla pietra dell’istinto alla competizione e prevaricazione. Sferraglia la rugginosa locomotiva nella gelida luce di una sera grigia e nebbiosa. “Questa è in fondo l’insanabile dicotomia tra il senso della famiglia e quello dell’estraneità”, penso tra me. In casa, ci sentiamo al riparo, sicuri di noi stessi perché non esiste centimetro del nostro ambiente che non conosciamo; fuori c’è invece l’alieno, l’insondabile. E siamo soli. Ci sono le ombre che si allungano e i rumori che c’inseguono, la pioggia improvvisa e poi il sole e il freddo pungente e il caldo afoso; reazioni follicolari, epidermiche, rapide e veloci come colpi di fucile. Comincio a fare ginnastica, tanto per testare il mio livello di vitalità. Fletto il busto, inarco la schiena, ruoto il collo prima a destra poi a sinistra. Porto le gambe al petto un paio di volte. Saltello sul posto. Faccio quattro addominali. E mi dico, in fondo, che non c’è male.
  2.Percorro il vialetto alberato che separa l’edicola dal cancello in ferro battuto. Oltre le nubi, la luna cela il suo mistero. Nei vicoli e dietro gli angoli di strada soffocano le luci intermittenti di una città in cancrena. Guardo in su e appendo il naso alle maglie di un cielo scuro scurissimo che più scuro non si può, quasi notturno. “Se ci fosse qualcuno pronto a sobbarcarsi le nostre paure e preoccupazioni”, rifletto, “che bello sarebbe”. Non parlo di qualcuno capace di risolvere i problemi della vita, ma di qualcuno disposto a preoccuparsi al posto nostro. A pensarci su.
“Pronto?”
Ci Penso Su Corporation. Sono Rossella, buongiorno dica pure.”
“Buongiorno. Senta, io dopodomani avrei un esame all’università e questo servizio civile mi sta succhiando tempo ed energie. Sono stressato, ho sonno, e poi sono giorni che non faccio la cacca e ho l’alitosi... Mi aiuti!”
“Molto bene. Allora, guardi, per la disperazione singola sono venti euro. Se vuole una disperazione collettiva fanno cinquanta. Se poi desidera che si disperi l’agenzia al completo, ivi inclusi capireparto quadri e dirigenti, la tariffa è di centoventi euro.”
“E la disperazione con diarrea? Quanto viene?”
“Sono settantacinque euro la singola. Centocinquanta, la collettiva.”
Gli struzzi del giardino zoologico trotterellano da un capo all’altro del piccolo parco e raccolgono il cibo da terra. Che sanno della mia vita, gli struzzi? E le papere dello stagno, e i polli e le galline? Coccodè cocccodè urlo volgendomi a loro, coccodèèèèèèèè, ma non si girano. Un passante, invece, mi guarda in cagnesco. Meno male che alla tavola calda c’è Federica. “Che bel giubbotto”, mi ha detto un giorno qualunque, “Da motociclista. Per caso hai una moto?” Oggi, portava una gonna molto elegante e un maglioncino grigio scuro a collo alto. Avrei voluto confessarle in lacrime il mio amore. Mi sono limitato a ordinare un caffè macchiato. Poi il mio sguardo ha incrociato il suo, ed allora ho capito che ancora non avevo pagato il conto, per cui ho cacciato fuori i sessantacinque centesimi, ho ritirato lo scontrino e sono andato al bancone.
  3.Nel mio petto, qualcosa muore. Vorrei parlarle, ma la profonda incomprensione tra me e il destino fa sì che la disponibilità della barista al dialogo giunga di soppiatto, e comunque mai quando sono preparato o quando per l’intero tragitto ho escogitato ogni sorta di tattica onde attaccar bottone. Ci sono persino delle volte in cui, seduto al tavolo, studio mosse e contromosse. Pianifico la battaglia mentale. Programmo l’incursione verbale. E cerco di anticipare ogni potenziale reazione. Quando sono pronto, respiro a fondo e m’immedesimo allo scopo di evitare che l’emozione possa giocarmi brutti scherzi. Mi ripeto che sono Sai Baba e che la mia calma è la calma del mondo intero, e faccio un intenso training autogeno e il mio intestino è d’accordo sul fatto di collaborare. Il mio stomaco è d’accordo sul fatto di collaborare. La testa è d’accordo sul fatto di collaborare e pure il cuore, la vescica. Mollo una puzzetta di verifica e in effetti il mio organismo è in armonia col mio spirito. La mia mano afferra con decisione la maniglia della porta a vetri. Il mio passo felice e sicuro varca la soglia in marmo ed il mio fascino risplende e s’irradia ovunque. Il mio sorriso è smagliante; il mio sguardo scintillante. Federica, invece, è in ferie.
“Pronto?”
Ci Penso Su Corporation. Sono Alessia, buongiorno dica pure.”
“Sì buongiorno, senta, io, ecco, non so come fare, è che in fatto di donne sono un fallimento e…”
“Il nome della ragazza?”
“Ehm, Federica.”
“Allora, per le ‘figure di merda & tragedie amorose’ la tariffa base è di settanta euro, ma può aggiungere vari extra. I lamenti, con estirpazione del cuoio capelluto, vengono ottanta euro. Se vuole che l’operatore si faccia venire un’ulcera perforante fanno cento euro, oppure le proponiamo in offerta il nuovo servizio dell’atuoflagellazione. Può scegliere la frusta, il cordino, il gatto a nove code…”
Ci fosse davvero qualcuno che si macera a richiesta, sarei libero di tornare da Federica e parlarle col cuore. Dovesse mandarmi a cagare, avrei almeno il conforto a pagamento di qualcuno che si strugge al posto mio.


Lalle

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