Pensieri Capovolti
1. E’ tutto uguale, sempre uguale, incredibilmente uguale. Stronzamente. Follemente. Le strade si aggrappano alla terra. I marciapiedi e i palazzi e le persone si aggrappano alle strade. I lampioni e le panchine ai marciapiedi. I piccioni e il cielo ai lampioni. La merda bianca dei piccioni, invece, al palmo delle mie mani. È il caos nell’ordine, il mio piccolo povero misero delirio in un mondo normale. E’ il brutto nel bello, il nero nel bianco immacolato. Tira vento e ho freddo ai piedi. E’ umido e sento congelare le dita delle mani, passo dopo passo. Ormai è sera, e le luci dei lampioni segnano la via e l’orlo cadente dei miei pantaloni, di un nero antico antichissimo quasi millenario. Dio solo sa quant’è che non cambio i pantaloni. Potessi girare in mutande, sarei felice come può esserlo un piede disidratato che annega nel refrigerio d’una pioggerella estiva. O un culo, nel trovarsi di fronte il più comodo dei muri per andar di terga e quivi poggiar le chiappe. Nessun pisello mi degna di un cenno, nessun polpaccio d’una mossa amica, nessun pantalone tra mille pantaloni d’un misero gesto di complicità. E’ proprio vero, più tenti di distinguerti più ti rendi simile agli altri, e intanto tutto è uguale. Follemente. Stronzissimamente. Calzini uguali, neri blu verdi marroncino chiaro marroncino scuro, intonsi o sgarrati fino all’osso del calcagno; lacci uguali, lunghi lunghissimi corti, col doppio nodo o col nodo semplice, in cuoio e in cotone; scarpe uguali, da ginnastica o da sera, da riposo e da lavoro, alcune lanciate in una marcia da centometrista; altre che si avvicendano lentamente ma incessantemente come di chi sa il fatto suo; altre ancora indecise, un po’ titubanti. Ora ferme, ora in movimento verso il marciapiede. Ne arriva un paio nero su calzini neri, o forse grigio scuri (senz’altro chi le porta ha buon gusto, una cravatta regimental, il conto in banca e i peli del naso molto curati; può darsi anche un pizzetto elegante e due pezzi da cento nel portafoglio). Si ferma alla mia destra, si puntella per un po’ a guardare il panorama, poi sospira e va via. Ne arriva un altro paio. E’ vecchio su calzini vecchi, e muove incerto quattro passi in direzione del bibitaro. Compra un sacchetto di bruscolini, poi si appoggia al muretto. È il delirio. I piccioni si rincorrono, si scavalcano, si montano, si gorgogliano contro, afferrano e svolazzano, gonfiano il collo e si lanciano nel mucchio. Alcuni presi dall’euforia del troppo cibo si infrattano e tubano. Il vecchio paio pare soddisfatto. Ritma un motivetto di punta e di tacco. Toc- tloc, toc- tloc, to- toc, toc- tloc. Guarda lì, ce n’è un paio di quelle da lavoro, nei pressi del marciapiedi… sembrano nuove ma nascondono una suola logora, usurata dai chilometri macinati nel corso degli anni. La fibra, sotto il lucido per scarpe, è al capolinea. Il loro proprietario non potrà permettersene un paio diverso e giorno dopo giorno continua probabilmente a sfregarle nel tentativo di ringiovanirle. Sicuramente, neppure potrà permettersi un biglietto per l’autobus o il tram e in ufficio, tutte le mattine, andrà a piedi. Ma la cura con cui sono lustrate fa capire che ci tiene, che vuole loro un po’ di bene, che ci parla ogni sera nel desiderio che tirino avanti un giorno ancora e che, in fondo, così è la vita e se ci hai i soldi le scarpe rotte le mandi in pensione; se non ce li hai, alla pensione sono loro che ti ci accompagnano.
2. E’ da un paio d’ore che sono inchiodato a questo muretto, è inverno e i bambini vogliono le caramelle, lo zucchero filato e i lecca lecca. Anch’io voglio lo zucchero filato e le caramelle, e pure il palloncino con la faccia di Titti o di Gatto Silvestro. Fossi un palloncino, smetterei d’aggrapparmi e volerei in cielo. Mi stiracchio e fischietto qualche motivo di cui ignoro l’origine, così per darmi un tono. Come al solito, però, comincio a soffocare. La saliva mi sale su per la gola fino alle narici, le invade con prepotenza e alla prima boccata d’aria mi s’infila nei polmoni. Smetto di fischiettare. Mi prude la schiena e per grattarmi devo fare uno sforzo olimpionico. Allungare un braccio senza perdere l’equilibrio. Scandagliare metodicamente i punti nevralgici della spina dorsale e infine affondare le unghie, con gioia, nelle fiamme del vorticoso prurito. Godere, ma con moderazione per non cadere a terra. Quando fa buio solitamente mi sento triste e solo e mi viene fame, ma nel pastrano color pisello ho un misero pezzo da cinquanta centesimi. Che cazzo ci faccio con cinquanta centesimi? La birra! Curioso questo modo di dire. Se fosse vero, non farei altro dalla mattina alla sera, mi attaccherei a cannella e forse smetterei di pensare. Non ho più voglia di camminare, di gironzolare in tondo, di affacciarmi a guardare la città e non ho i guanti e ho i lividi sul palmo delle mani, e devo fare la cacca. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Un piccione becca frenetico l’ultimo dei bruscolini. Se potessi, beccherei con lui. Una lacrima corre lungo le ciglia, mi attraversa la fronte e cade a terra. Fossi la terra che sto calcando, avrei sempre di che bere e mangiare.
Mi sento un po’ sfigato.
Tenterò qualche rima baciata, qualcosa di ispirato che venga dal cuore. Magari mi accompagnerò con movimenti sinuosi del bacino e slanci suadenti del braccio, sguardi sensuali. Volevo fare il poeta da grande, immaginavo di salire su un palco enorme, muovere lentamente i primi passi in direzione della platea, battere due colpetti sul microfono e così azzittire la sala, gremita di gente. Spiegare il foglio, calzare sul naso un paio di occhiali a mezzaluna col cordoncino rosso, schiarire la voce e parlare. Immaginavo l’estasi, l’acclamazione, il tripudio, il trionfo. La gente, delirante, lanciare fiori ai miei piedi, le donne svenire.
3. Sento lo stomaco ruggire dal fondo della caverna e imprecare e insultarmi perché non gli do retta. Prendo coscienza della mia miseria, nonché dei cinquanta centesimi nel pastrano che non diventano mai mille duemila o tremila. Cinquanta sono e cinquanta restano. Nella testa mi ronzano poche parole e fanno un gran casino. Mi sto spremendo fino all’osso per partorire una rima, ma ognuna è un fallimento, una cocente delusione tipo cazzo e pupazzo, e per giunta ora sto davvero per cagarmi addosso. Evidentemente ho spremuto troppo. Smetto di provar le rime e mi concentro. Rimani chiuso, rimani chiuso ripeto al mio ano. Chiuuuso, chiuuuuuusooooo. Una coppietta di pedalini bianchi, sulla panchina, cattura la mia attenzione. Sta litigando ormai da un quarto d’ora. Il paio di sinistra si agita freneticamente. Sbatte a destra e a manca, fende l’aria con violenza, poi si lancia in palesi allusioni. Ha le convulsioni per la rabbia. Quello di destra è più calmo. Para i colpi e risponde. Ogni tanto affonda. È lui il colpevole, rifletto. Accade l’irreparabile. Il paio di sinistra si lancia sul calcagno del destro. Quegli incassa e mugola. Si contorce, si alza, pesta la terra tre volte, poi si gira. E’ offeso. La goccia che fa traboccare il vaso. Quanto vorrei sfogarmi anch’io. Lanciarmi nella mischia. Dare un calcio qui, uno lì. Così, per avere un po’ di comprensione; magari fare comunella col più forte. Il sinistro resta immobile, qualche secondo. Quindi si gira, pure lui offeso. Due paia di pedalini bianchi. Due perfetti sconosciuti. Mai fidarsi degli sconosciuti, diceva la mamma, mentre mi calzava i guanti e mi fermava i pantaloni con le spillette. Mai accettare le caramelle, mentre mi spingeva alla fermata dell’autobus. Se è per questo, neppure me le hanno mai offerte in trent’anni di vita.
4. Finalmente la coppietta di pedalini bianchi fa pace e torna ad intrecciarsi. Perché sono solo? Perché ovunque mi giro vedo solo gambe e gambe e gambe e scarpe e scarpe e scarpe? Mai un bel paio di braccia amiche! Voglio tornare a quando avevo cinque anni. Credo proprio che non ripeterei lo stesso errore. Mi piaceva tanto la ginnastica artistica ed ero uno specialista nelle verticali, già così piccolo. Passavo ore ed ore a camminare sulle mani. In palestra sulle mani. Fuori dalla palestra sulle mani. In casa sulle mani. Al cesso sulle mani. Il problema erano i bagni pubblici e i parchi. Le volte in cui mamma mi ci portava mi ammanettava e dovevo usare le gambe, ma proprio non mi andava giù. Presi a camminare sulle manette, e feci amicizia con ogni specie di creatura compresi i bacilli. Qualche anno dopo, mi venne diagnosticata una grave disfunzione. I vasi sanguigni non volevano più saperne di pompare sangue fino alle gambe. I muscoli delle cosce e dei polpacci non volevano più saperne di contrarsi e distendersi. I femori non volevano più saperne di assumere calcio. I piedi non volevano più saperne di tornare in posizione retta. Io non volevo più saperne di vasi vasetti muscoli e piedi e intanto le mie braccia diventavano forti, incredibilmente forti. Smisi persino di andare in palestra. Tutto quello che sulle mani è possibile fare, per me era ormai uno scherzo, una quisquilia. E più passava il tempo, più sentivo nei bicipiti una potenza smodata. Più passavano gli anni più sentivo l’acciaio nelle spalle e il titanio nel petto. Si trattava di cisti. Un numero infinito. Una reazione dell’organismo, dissero i medici. Ormai, però, c’era ben poco da fare. Voglio la minestra di nonna coi pezzi di pane dentro e le uova al tegamino. Il pigiama di snoopy e lo psichiatra. Sono vent’anni che non lo sento, magari gli fa pure un po’ piacere. Tu non sei diverso, mi ripeteva fino alla nausea. Sei speciale. Il modo in cui guardi il mondo, quello che ti circonda, quello che ti accade, non è diverso. Solo speciale. Speciale! Be’, forse. Magari capovolto… Mi stacco dal muretto, e sulle mani prendo la via del ritorno.
Quasi quasi, cago a casa.
Lalle