Teoria e Tecnica delle Compilation

L’evoluzione tecnologica ci ha privato di un esercizio filosofico, estetico ed esistenziale, che pretendeva diverse ore di concentrazione e dedizione e richiedeva preparazione e ispirazione. C’era chi lo chiamava, negli anni Ottanta, pout pourrì (scrivendo magari “purpurì”), miscellanea o selezione: il termine tecnico era compilation, di questo si trattava.
È difficile oggi immaginare un tempo in cui per registrare una cassetta alla tua donna dovevi starci su come minimo sessanta o novanta minuti (quelle da centoventi si rovinavano dopo qualche ascolto), badando che l’ultima traccia entrasse tutta sul lato, che non si interrompesse per colpa della fine del nastro, magari sul più bello o a pochi accordi dalla fine. È poco credibile considerare l’esultanza smodata degli ascoltatori in quell’epoca in cui si poteva copiare un nastro a velocità doppia; i migliori registratori a cassetta consentivano di registrare una copia del tuo nastro facendotelo ascoltare, intanto, come se fosse suonato da Alvin & The Chipmunks. È molto complicato credere che i nastri TDK fossero oggetti di culto, quando la compilation era firmata da chi ci capiva, o semplicemente da chi era innamorato di te; e con quelle canzoni, che avresti ascoltato sia in casa che in macchina, non avresti resistito alla tentazione di leggere il suo passato, i suoi sentimenti e il suo stato d’animo.
Tutto questo è estremamente anni Ottanta-Novanta, a un passo dal 2010: masterizziamo cd e dvd a 52x, il che significa che tu non hai più nemmeno il tempo di scrivere le canzoni in bella (cioè: leggibile) grafia sulla copertina del disco vergine: cinque, sei minuti bastano a registrare una copia. Non ascolti le canzoni, sai già tutto quel che devi fare; oppure, semplicemente, dai meno peso alla cosa. È diventato uno stupido diversivo. Dimostrazione di come e quanto la tecnologia infici il pensiero: se dovevi incidere un nastro a partire da un vinile (già…) o da un cd, eri costretto ad ascoltarti tutta la canzone. Questo implicava concentrazione e riflessione; dovevi indovinare la traccia da accompagnare, dovevi decidere fosse simile o fosse di rottura rispetto allo stile della compilation, sino a quel punto; c’erano una quantità impressionante di varianti da tenere in considerazione, diciamo coerenza, coesione, stile, uniformità, deviazione, messaggio cifrato. Per cominciare.
Registrare una compilation in cassetta era un processo complicato, che spesso ti consentiva di andare a riascoltare cose che avevi dimenticato, che ti tornavano magicamente in testa. Magari schiacciavi il tasto “pause” sul registratore (da non dimenticare: era meglio guadagnare qualche secondo, prima di schiacciare “pause”. Altrimenti si sarebbe sentito “stock!” e “tudd!” tra una canzone e l’altra. Dovevi premere “pause”, scegliere il pezzo, esserne profondamente convinto; poi, schiacciare “stop”, tornare indietro di qualche secondo, ascoltare la fine del pezzo appena registrato, quindi, in splendida sincronia, passare a “rec” – talvolta lo dovevi premere assieme “play” – e schiacciare play sul lettore cd), ascoltavi quattro-cinque canzoni sin quando non eri convinto; e magari impilavi i vinili o i cd per le tracce successive, qualcosa del genere.
Era peraltro un esercizio atletico, per un impiegato o uno studente; se stavi lavorando su un documento o un libro qualunque, ogni quattro, cinque minuti eri costretto ad alzarti, tornare alla piastra e darti da fare. I più pigri programmavano le migliori due, tre, quattro tracce del cd; così facendo, si dovevano alzare ogni quindici-venti minuti. Inutile dire che la qualità della compilation scemava, chi ne capiva se ne accorgeva subito e ti prendeva per un cazzone. Tattico era invece riproporre un’altra traccia di quel disco a distanza di sette-otto pezzi; significava che ci avevi pensato parecchio, che eri in fissa e che volevi enfatizzare quel disco o quella band.

Così, dietro a ogni cassetta c’era una storia; c’erano pomeriggi o nottate per i perfezionisti e i maniaci, c’erano una valanga di pensieri che oggi nemmeno riusciamo a visualizzare. Avviamo il nostro programma di masterizzazione sul computer, evidenziamo e trasciniamo gli mp3 prescelti, quindi clicchiamo “copia”. Il cd viene sfornato in un attimo. Tutto pronto. Non incido compilation da non so quanti anni, e questa è la ragione; non c’è più nessuna ritualità, non c’è niente di sacro, m’hanno meccanizzato e automatizzato i pensieri; tutto troppo facile, troppo istantaneo. Guardo con rimpianto il mio vecchio impianto stereo, ricordando quante incertezze e quante suggestioni nascevano in quelle due o tre ore di vita privata che decidevi di consacrare a una ragazza, o a un amico, o alla tua macchina. Era, semplicemente, un altro mondo. Più lento, più intenso, più ricco di fantasia; la tecnologia non ci aveva ancora scavalcato, galoppando a una velocità impensabile. Eravamo un po’ più umani. Davvero.

Una Francompilation era una dichiarazione d’identità. Il portacassette da dieci nastri della mia vecchia macchina costava diecimila lire, si comprava sia nei negozi di dischi che a Porta Portese; quello da venti nastri uguale, ma si spanava dopo due settimane. Non c’era scotch che tenesse, niente da fare. Ne avevo comprato uno beige, da venti: avevo scelto quel colore da vecchio perché sapevo che aveva già un piede nella fossa.
Il portacassette si nascondeva sotto il sedile. Quando avevi qualcuno in macchina, dopo un po’, ti chiedeva che cassette avevi, tu tenevi il volante con la sinistra, la sigaretta stretta tra i denti, gli occhi mezzi chiusi; con la destra ravanavi sotto il sedile e tiravi fuori l’orgoglioso scatolotto rosso. A volte era pieno di adesivi o di scritte fatte col pennarello che andava allora, l’Uniposca (punto e basta!). Naturalmente non c’era neanche una cassetta originale; tenere in macchina gli album interi era da fighetti, non ci voleva nessuno sforzo, era così prevedibile e così poco creativo. C’erano tutte compilation, con titoli micidiali e diversi criteri di amalgama. Allora la persona ti chiedeva se le avevi fatte davvero tutte tu, tu ghignavi, e poi ti chiedeva se gliene facevi una, così, a scatola chiusa. E si parlava per tutto il viaggio di cosa significavano per te e per lei quelle canzoni, se conoscevi la storia di quel bassista o di quel cantante, di come avevi scoperto il gruppo e di cosa ti aspettavi dal prossimo disco. Una cosa del genere.

Una compilation per una ragazza che stavi corteggiando era un messaggio iniziatico. Si partiva in sordina, magari con una ballata inglese di cui lei non avrebbe capito nulla; poteva parlare del tuo stato d’animo (“Losing my religion” dei R.E.M. era già un evergreen), di come stavi quando l’hai incontrata (“Dazed and Confused” dei Led Zeppelin aveva un attacco molto aggressivo, poteva disorientare o peggio ancora convincere a premere il micidiale “Fast forward”. Ma ammazza quanto era fica e giusta, in quel momento), di cosa sognavi in quel periodo (“In Dreams” di Roy Orbison: con tanto di omaggio a David Lynch, tra le righe, con aristocratica disinvoltura). Quindi passavi a parlare d’amore, come un gatto randagio tra le rovine dell’Area Sacra di Torre Argentina. Non era facile perché dovevi essere capace di assemblare pezzi italiani non eccessivamente commerciali o popolari con canzoni inglesi o americane, non troppo nuove e non troppo mediatiche; rappresentative, avvolgenti, romantiche, magari un po’ depresse. Ne derivava un frammento robusto e musicale del tuo dna, pericolosamente consegnato a chi poteva addirittura decifrarlo, con uno straccio di preparazione e di competenza in materia. Per fortuna, ho conosciuto le prime due vere anime rock della mia vita nell’epoca del cd avanzato, delle prime masterizzazioni e quindi della decisione ferma e irrevocabile di copiare soltanto album interi, spacciandola per scelta estetica e cose del genere. Tutte bugie.
Ho consegnato autobiografie rock a ragazzine che non capivano la differenza tra “Il Mucchio Selvaggio” e “Tutto! Musica e Spettacolo”, che non sentivano dislivelli tra Videomusic e Mtv, che credevano che come cantautore Venditti avesse ancora qualcosa da dire dopo il concerto di Roma-Liverpool, e che in ogni caso Depeche Mode era un nome che non voleva dire niente di particolare, e via dicendo. Hanno avuto il mio cuore e il segreto del mio presente su un piatto d’argento, in confezione TDK da novanta minuti; non c’hanno mai capito niente. Nothing, Nothing.
I Want To Be Someone Else Or I’ll Explode.

Tempo fa ho provato a reinstallare il vecchio registratore a cassette. Non mi importava fosse rotto, lo volevo adottare come modernariato da meditazione. Mi bastava guardarlo per accorgermi che in testa frusciava ancora il rumore della fine del lato A. Per qualche giorno l’ho lasciato riposare tra i miei pensieri; poi l’ho infilato in una busta della SMA e l’ho buttato via, pensando che era tutto finito da un pezzo, e che in ogni caso la nostalgia non serve a niente. È tutta letteratura, tutto qua. La tecnologia pretende un tributo. Siamo già entrati nel tempo del blue ray disc, il walkman s’è trasformato in iPod, e gente che non capisce assolutamente un cazzo di musica ha migliaia di canzoni sempre con sé, senza saperne niente, senza domandarsi che senso hanno, senza capire perché ce l’hanno. Prima o poi potrebbero servire. È la poetica dello shuffle, ossia della riproduzione a cazzo di cane, a casaccio e senza criterio. La variazione prima di tutto. È una questione di spazio e di tempo, e di supporto tecnologico. Allora, come in quel film di Cameron Crowe, mi viene da gridare “Supporto Tecnologico! Supporto Tecnologico!” correndo per la mia via e per il mio quartiere deserto, in una notte d’estate, sperando che appaia un misterioso impiegato in abito bianco che mi venga a raccontare che sono stato ibernato e che tutto questo non è reale.
Niente da fare. Avanzo per questa strada deserta e in ogni casa so che si nascondono musiche diverse che nessuno riesce più a sentire. Almeno, non con l’intensità di prima, quando c’era meno scelta, forse, ma anche diverso tempo e molto meno spazio. Diversa voglia di ascoltare.

Gianfranco Franchi *

* Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), detto Lankelot, ha pubblicato libri di poesia: L’imperfezione – Opera III (Edizioni dell’Oleandro, 2002) e Ombra della fontana. (2003) e narrativa: Disorder (Il Foglio Letterario, 2006). È stato coordinatore di due riviste letterarie universitarie, Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003. Dal 2003 è responsabile del portale indipendente di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com, oggi Lankelot.eu, dove scrive recensioni di libri, film e dischi. Vive a Roma. Collabora con diverse testate, web o cartacee.

 

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